Riflessioni sul Venezuela

AMERICA LATINA DAL BASSO

n.8/2017 del 29 settembre 2017

A CURA DI ALDO ZANCHETTA

 

Questi documenti sono diffondibili liberamente, interamente o in parte, purché si citi  la fonte

PROSEGUENDO LA RIFLESSIONE SUL VENEZUELA

La decisione personale in un mondo dominato dalla comunicazione” fu il tema che Ivan Illich scelse per inaugurare, il 4 ottobre 2002, l’anno della Scuola per la Pace della Provincia di Lucca. Un tema, come annunciò, sul quale avrebbe lavorato nei seguenti tre anni. Il suo sguardo lungo vedeva con preoccupazione la crescente invasione della comunicazione a scapito dell’informazione e la conseguente paralisi della capacità delle persone di decidere e quindi di fare scelte di campo in un mondo globalizzato soggetto al potere di una elite ristretta, padrona del “latifondo comunicativo globale”. La comunicazione è oggi una delle armi della “dominazione a spettro globale” che ha nel “caso” Venezuela l’esempio più significativo1.

La ‘comunicazione’ sul Venezuela oggi è ad un livello di disinformazione intollerabile, pari solo a quella relativa al Medio Oriente. Per questo un valente giornalista latinoamericano ha recentemente titolato così un suo servizio: Venezuela: !No creer ni el 1% de lo que se dice!.2 Il cittadino non completamente rimbambito da questo frastuono mediatico si dovrebbe chiedere: perché sul Venezuela tanto baccano mediatico per i “diritti umani violati”, mentre si tace sulle più gravi notizie che (non) giungono ad es. dal Messico e dalla Colombia?

Messico : <<… il documento statistico del 30 di aprile del Sistema Nazionale di Sicurezza Pubblica del Ministero degli Interni […] contiene i dati ufficiali più recenti disponibili, trentaduemiladuecentodiciotto persone risultano desaparecidos (scomparse); vale a dire 2301 di più di quelle che si trovavano in questa condizione alla stessa data dello scorso anno, allorché si registrarono più di 10 vittime al giorno per questo delitto>> (La Jornada del 30 agosto 2017). Questo numero non include gli emigranti illegali che attraversano il paese per tentare di entrare negli Stati Uniti e le vittime di un eccidio continuato delle quali è noto il nome e quindi sono solo morte, non desaperecidas.

Colombia: << … paese dove sono stati assassinati tremila dirigenti sindacali negli ultimi 30 anni (una media di 100 all’anno […] In questo paese sono stati assassinati circa 200 dirigenti sociali e popolari negli ultimi due anni. […] In questo paese è in atto un femminicidio aperto contro le donne povere e lavoratrici, 400 delle quali sono state assassinate nel corso del primo semestre del 2017 […] In questo paese, secondo le denunce di Amnesty Internacional di fine aprile 2017, è in corso una “ondata di omicidi di indigeni” […] In questo paese sono stati assassinati più di 500 difensori dei diritti Umani negli ultimi 10 anni, 80 dei quali nel 2016. In media uno ogni quattro giorni. In questo paese sono stati assassinati 107 ambientalisti nel 2016 […] In questo paese è presente il maggior numero di rifugiati (“desplazados”) interni di tutto il mondo, dato che secondo informazioni del Consiglio Mondiale per i Rifugiati, fino al dicembre del 2016 si erano espulse dai loro territori e luoghi di residenza 7,2 milioni di persone, superando paesi come Irak, Siria, Sudan o Libia>>. Renan Vega Cantor El pais que es punta de lanza de la agresion contra Venezuela, http://www.rebelion.org/noticia.php?id=228727

Cosa succede in Venezuela?

E’ una domanda che oggi mi fanno persone che mai si sono occupate di questo paese ma che oggi sono bombardati di preudo-informazioni su questo “paese canaglia” dal sistema mediatico.

Non è mia intenzione raccontare “la verità sul Venezuela”, come su un blog frettolosamente è stato etichettato un mio recente intervento sull’America latina, dove del Venezuela parlavo solo di sfuggita. Ovviamente, per capire oggi da lontano le vicende latinoamericane, ho i miei referenti selezionati nel tempo. Ma, ahi me, questa volta essi sono schierati su posizionidiversificate, a seconda della priorità che danno all’uno o all’altro aspetto della questione. Così, chi ha creduto e sperato nel successo del progetto bolivariano e ne vede le derive, stigmatizza duramente l’operato del governo Maduro. Chi vi ha creduto e invece non le vede, vede in Maduro il nobile continuatore del progetto. In particolare chi conosce la tribolata storia dell’America latina ed ha coltivato un giustificato rancore verso il paese che vede nella regione il proprio “cortile di casa”, individua nella sua nuova intrusione la causa di tutto, mettendo fra parentesi quadra il resto. Per cui, in questo bailamme di voci, per arrivare alle mie conclusioni, che non sono ovviamente infallibili, ho dovuto leggere decine di articoli, incrociarne il contenuto e vagliarli.

E’ con questa consapevolezza della complessità di ciò che sta accadendo nel paese che scrivo queste note per il Mininotiziario dal basso sull’America Latina. Sono di nuovo lungo e sovrabbondante di note e riquadri integrativi, come nella precedente prima parte (www.kanankil.it), e questo ne scoraggerà la lettura. Ma, mi chiedo, come può un lettore comune che voglia capire e che non sia già un ‘esperto’ di Venezuela, farsi una propria idea leggendo articoli dove si parla di MUD o di comunas, di ‘referendum revocatorio’ oppure di poveri che non scendono (o scendono) dai cerros, di coletivos o di motorizados, senza chiarire di che in realtà si sta parlando?

Ma il gioco (questo lungo documentarsi che prosegue quotidianamente) vale la candela? Penso di si, perché il caso venezuelano è esemplare per due aspetti:

  • Uno: è l’occasione per approfondire una volta di più le tecniche con cui il sistema che ci domina e ci controlla imbriglia costantemente le nostre menti grazie al suo “latifondo mediatico globale” (Uharte) e quindi per tenere sveglie le nostre difese.

  • Due: non è solo il capitalismo che imbriglia le menti ma anche la retorica di una ‘sinistra’ che spiega tutto con paradigmi ingessati (le colpe degli Stati Uniti, ad es., che certo sono tante, tantissime) evitando un’autocritica salutare degli errori commessi. E poiché in qualche modo alla sinistra ritengo di fare riferimento, non mi è indifferente come essa si muove.

Cercare di analizzare correttamente le cose serve a posizionarci il più correttamente possibile nel fluire delle vicende politiche globali che ci coinvolgono tutti, volenti o nolenti. E’ una questione di dignità personale.

Riprendo dunque con notevole ritardo la riflessione iniziata a luglio partendo dal punto dove la avevo lasciata.

2013: l’’annus horribilis del Venezuela

Il 2013 è stato per il Venezuela l’annus horribilis segnato dalla morte di Chávez e dal crollo del prezzo del petrolio (da oltre 100$ al barile a circa 40), quindi da una grave perdita polita seguita da una grave crisi economica. Nella prima parte di questi appunti era stato ricordato il ruolo centrale che il petrolio -la cui esportazione procura circa il 93% delle entrate di valuta estera del paese e circa il 55% delle entrate fiscali totali- gioca nelle vicende di un paese viziato da questa ‘rendita’ facile e la cui ripartizione è stata ed è al centro delle lotte politiche interne. Ma il petrolio venezuelano è anche un boccone appetitoso per il caimano a stelle e strisce che vive al Nord e che considera l’area centroamericana e caraibico il proprio “cortile di casa” nel quale non si muove foglia che esso non voglia. Esaminando la cartografia delle basi militari statunitensi nella regione, il Venezuela, come pure Cuba, è completamente circondato da basi militari statunitensi3. Venezuela e Colombia sono i paesi cerniera fra il Centro America e il Sudamerica. La confinante Colombia è stata teatro di una guerra interna cinquantennale fra Governo e FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), da poco conclusa con un problematico accordo di pace, ma ospita da tempo ben 7 basi militari statunitensi … .4

Se all’inizio del XXI secolo la pressione statunitense nella regione si era alleggerita, oggi, nella mutata situazione geopolitica che registra l’incipiente nascita di un mondo multipolare e la conseguente lotta per la riconfigurazione delle zone di influenza dei grandi attori mondiali, appare chiaramente come gli Stati Uniti vogliano “rimettere ordine” in questa dependance dove in particolare li infastidisce la sempre più ingombrante presenza della Cina (e un po’ anche della Russia) che è diventata la principale partner commerciale di molti paesi della regione.5 È all’interno di questo grande gioco che vanno letti i mutamenti in atto in America latina, dal Brasile all’Argentina più a sud fino al Messico più a Nord. Gli Stati Uniti non hanno mai accettato che il Venezuela, grande riserva petrolifera mondiale6, potesse ricostruire un’effettiva sovranità nazionale, come dimostrano il (fallito) colpo di Stato contro Chávez da loro patrocinato nel 2002 e il successivo grande paro (sciopero) petrolifero nazionale che rischiò di mettere in ginocchio l’economia venezuelana7. Cose di cui abbiamo parlato nella prima parte.

Una successione difficile

Prima di morire, Chávez aveva indicato come candidato alla successione Nicolás Maduro, un ex-sindacalista suo stretto collaboratore (Ministro degli esteri dal 2006 al gennaio 2013 e Vicepresidente dall’ottobre 2012 al 5 marzo 2013, giorno in cui aveva assunto la presidenza ad interim del paese per la morte del Presidente). Le elezioni presidenziali, tenutesi poco più di un mese dopo in un clima di forte emotività, videro Maduro vincitore per soli 200mila voti di scarto (7.587.579 contro 7.363.980) sul suo rivale, Henrique Capriles Radonski candidato dell’opposizione di destra riunita sotto le insegne del MUD (Mesa de la Unidad Democratica). Nel corso dell’anno il paese dovette affrontare le conseguenze del crollo del prezzo del petrolio, che molti considerano essere la causa sostanziale della crisi economica del paese. In realtà questa crisi era già iniziata nel 2012, con Chávez vivo e con il prezzo del petrolio ancora superiore ai 100 $ al barile, ma evidentemente la caduta del prezzo del petrolio la aggravò fortemente. L’economista statunitense Mark Weisbrot8, che da tempo segue le vicende economiche venezuelane in modo che ritengo attendibile, scrive:

Con riferimento alla spirale della caduta economica degli ultimi tre anni, essa era inevitabile? Ed è reversibile fino a quando il PSUV9 non perda il potere? Per dare una risposta a questi interrogativi dobbiamo valutare come il Venezuela è giunto a questa situazione e come potrebbe uscirne. Nel corso dell’autunno del 2012 e di nuovo nel febbraio del 2013 il governo ridusse bruscamente la disponibilità di valuta estera. Fu in queste circostanze che iniziò la scarsità di prodotti basici, contemporaneamente all’aumento dell’inflazione e del prezzo del dollaro sul mercato nero parallelo. Il tasso ufficiale di cambio, al quale il Governo vendeva gran parte dei dollari derivanti dalla vendita del petrolio, era di 6,3 bolivares forti (Bs) per dollaro, ma il mercato parallelo esisteva già e la scarsità di dollari a tasso ufficiale ne spinse il rialzo. Il prezzo più elevato del dollaro su questo mercato fece salire l’inflazione dato che faceva crescere il prezzo dei beni importati10.

Addossare quindi tutte le responsabilità della presente situazione al governo Maduro, individuando la causa della crisi nel solo basso prezzo del petrolio, non è perciò corretto. Egli ha ereditato una situazione già pesante, cui contribuisce certamente anche il suo minor carisma rispetto a quello sicuramente straordinario del suo predecessore.

L’opposizione contro Maduro

Nonostante la correttezza del processo elettorale con cui Maduro era stato eletto, l’opposizione da subito dichiarò di volerne la salida (uscita di scena). Nel febbraio del 2014 essa intensificò le manifestazioni contro il governo, iniziate già a fine 2013 nella città di Merida ed estesesi poi ad altre città fino a giungere nel febbraio 2014 nella stessa capitale. Dal febbraio al giugno il paese visse la stagione violenta delle guarimbas (chiusura di strade cittadine seguite da azioni violente sulle persone al loro interno nonché da distruzione di edifici pubblici, con danni valutati a 10 miliardi di $)11. Il saldo in vite umane fu pesante: 43 morti (fra essi oppositori, sostenitori del governo e componenti della Guardia Nazionale), centinaia di feriti e migliaia di arrestati. Nel corso di dette guarimbas i sostenitori del governo, con l’aiuto di questo, avevano organizzato a loro volta contro-manifestazioni che in alcuni casi avevano portato a gravi scontri fra le due opposte fazioni.12

L’opposizione aveva motivato queste manifestazioni di protesta con la crescente scarsità di generi alimentari e di medicamenti, la vicinanza politica con Cuba di cui si contestava l’influenza sul governo, l’estesa corruzione e l’insicurezza nelle strade. In realtà queste due ultime erano endemiche nel paese, fin dai tempi che la parte più benestante dell’opposizione rievoca oggimitizzandoli. In questo clima si arrivò alle elezioni per il rinnovo del Congresso, svoltesi nel dicembre 2015, quando l’opposizione trionfò con 7.707.422 voti contro i 5.599.025 del Polo Patriotico, la coalizione dei partiti governativi. Il MUD conquistò così 112 congressisti, grazie al complesso meccanismo di conversione dei voti in seggi parlamentari, lasciandone solo 55 alla coalizione di governo. 112 congressisti corrispondono esattamente alla maggioranza qualificata dei 2/3 e includono anche quella dei 3/5, proporzioni che entrambe, secondo la Costituzione, consentono all’opposizione di limitare sensibilmente il potere del Presidente (vedi riquadro). La lotta si trasferì allora dalle strade al piano istituzionale, con il proposito di destituire Maduro a mezzo del referendum revocatorio (vedi riquadro) o della riduzione della durata del suo incarico presidenziale tramite la riforma della Costituzione. Il referendum revocatorio, le cui procedure ebbero inizio col consenso del CNE (Consejo Nacional Electoral), alla fine non ebbe luogo per le dilazioni e infine la sospensione decise dallo stesso CNE aventi come motivazione la denuncia di frodi nella raccolta delle firme necessarie fatta da tribunali di cinque stati.13

La maggioranza qualificata dei 2/3 consente all’Assemblea Nazionale di modificare le cosiddette “leggi organiche” (ad es sul controllo dei prezzi e dei cambi), promuovere una riforma costituzionale o una Assemblea Costituente, rimuovere il vertice del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) e altri poteri pubblici). Già con la maggioranza dei 3/5 può bocciare le cosiddette “leggi abilitanti” di emanazione presidenziale, destituire membri del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), previo pronunciamento del TSJ, approvare mozioni di censura a ministri e al vicepresidente. Considerando che 112 parlamentari coincidono esattamente coi 2/3, si può dedurre la criticità della decisione del TSJ di annullare l’elezione di tre congressisti indigeni nello Stato di Amazonas per presunte (ma con prove consistenti) frodi elettorali e dove dei tre eletti due appartengono al MUD. La ripetizione delle elezioni in questo Stato, se vedesse i parlamentari del MUD calare da 2 a 1, non darebbe più al MUD la maggioranza dei due terzi. Si capisce quindi l’importanza della disputa. Contravvenendo alla decisione del TSJ, che aveva invalidato le elezioni in detto Stato, il Congresso convalidò l’elezione dei tre deputati in questione, aprendo un grave scontro fra realtà istituzionali regolarmente elette (Presidente e Congresso). Il TSJ reagì dichiarando illegittimo il parlamento e dichiarando una sua Sala Costituzionale come facente funzione dell’Assemblea legislativa fino a che durasse questa situazione.

In realtà la crescita del MUD rispetto alle precedenti presidenziali fu di soli 350mila voti, tenuto anche presente che nel frattempo il corpo elettorale era aumentato di circa 500mila unità. Ma il fronte governativo perse circa 2 milioni di voti, rifluiti nell’accresciuto assenteismo a conferma di un malessere già apparso nelle precedenti ultime votazioni. In questo numero sono probabilmente compresi molti dei potenziali voti dello “chavismo di sinistra”, la cui esistenza è ignorata dai grandi media e di cui parleremo meglio dopo, ovvero di una corrente del PSUV. Tale corrente, costituitasi col nome Marea Socialista, venne espulsa dal partito a fine 2014. Successivamente essa si vide rifiutare dal CNE (Consejo Nacional Electoral) l’autorizzazione a costituirsi in partito registrato e quindi non poté presentarsi a queste elezioni. In effetti il governo aveva emanato una nuova legge molto più restrittiva per poter essere iscritti nel registro dei partiti politici abilitati, cosa che aveva messo fuori gioco anche altri partiti minori già esistenti. Una considerazione mi pare inevitabile: cosa direbbero i sostenitori nostrani ‘senza sé e senza ma’ di Maduro se in Italia venisse adottato un simile provvedimento?

Il referendum revocatorio è stata una delle innovazioni democraticamente più rilevanti introdotte dalla Costituzione del 1999 il cui Articolo 72 recita così: “Tutti gli incarichi e magistrature di elezione popolare sono revocabili. Trascorsa la metà del periodo per il quale fu eletto il funzionario o la funzionaria, un numero non inferiore al 20% degli elettori o elettrici iscritte nella circoscrizione corrispondente potrà richiedere la convocazione di un referendum per revocare il suo mandato. Quando un numero uguale o maggiore di elettori o elettrici che elessero il funzionario o funzionaria avessero votato a favore della revoca, purché al referendum abbia partecipato un numero di elettori o elettrici uguale o superiore al 25% degli elettori o elettrici iscritti o iscritte, il suo mandato verrà considerato revocato e si procedere all’immediata sostituzione in conformità a quanto disposto da questa Costituzione e dalla legge. La revoca del mandato relativo ai corpi collegiali verrà realizzata in accordo con quanto stabilito dalla legge. Durante il periodo per il quale fu eletto il funzionario o la funzionaria non potrà essere presentata più di una richiesta di revoca del suo mandato”. Il referendum revocatorio, che comprende la stessa carica di Presidente della Repubblica, fu esercitato contro Chávez ma fu perso. Il referendum revocatorio, innovazione costituzionale democraticamente interessante, è stato inserito successivamente anche nelle Costituzioni di Ecuador e Bolivia.

Conflitto fra Istituzioni dello Stato

Con la sconfitta nelle elezioni per il rinnovo del Congresso si aprì una fase di forte conflittualità fra le Istituzioni dello Stato. La mancata esecuzione del referendum revocatorio contro Maduro, l’opposizione del governo alle modifiche della Costituzione, il rinvio delle elezioni regionali previste costituzionalmente a fine 2016 e infine la “disabilitazione” dalle sue funzioni dell’Assemblea legislativa giustificarono l’accusa al Governo di violare la Costituzione. Scrive Edgardo Lander14, professore emerito di scienze sociali all’Universidad Central de Venezuela, chavista critico oggi schierato contro il governo Maduro:

Si comincia allora a prendere una serie di misure che vanno sostanzialmente allontanando il governo dalla Costituzione bolivariana: viene cancellato il referendum di revoca che si era celebrato come una delle principali conquiste della democrazia partecipativa; si rinviano le elezioni dei governatori, che si sarebbero dovute obbligatoriamente tenere nel dicembre del 2016; si nominano, in modo incostituzionale, i membri del TSJ e del CNE; infine, misconoscendo per la prima volta i risultati di un’elezione popolare, tramite il TSJ il governo dichiara in stato di rivolta [quindi sciolta di fatto] l’Assemblea Nazionale e ne distribuisce le competenze costituzionali tra l’Esecutivo e lo stesso TSJ (Tribunal Supremo de Justicia). Dal febbraio 2016 il presidente Maduro ha governato basandosi su poteri auto-attribuitisi di stato d’emergenza, senza tener conto per questo dell’avallo costituzionale richiesto dell’Assemblea Nazionale15, e per un periodo molto superiore a quello massimo consentito dalla Costituzione.16

Interventi per il superamento di questa paralisi istituzionale avevano già visto negli anni precedenti tentativi di mediazione sia da parte del’Unasur (Unione dei paesi sudamericani), di papa Francesco e dell’ex-capo del governo spagnolo Rodríguez Zapatero, quest’ultimo non certo simpatizzante del governo venezuelano, ma essi non avevano avuto successo data la rigidità dell’opposizione che pensava allora di giungere alla salida di Maduro grazie all’aggravarsi della scarsità di generi alimentari e il conseguente sperato acuirsi delle proteste popolari che avrebbero potuto portare alla caduta del Governo, anche grazie al possibile venir meno ad esso dell’appoggio dei militari. L’appello di papa Francesco e l’intervento di Zapatero si sono riproposti in questi giorni, visto il recente mutato atteggiamento dell’opposizione, di cui diremo dopo.17

La Salida II

È in questo quadro di alta conflittualità fra realtà istituzionali che, nelle manifestazioni di protesta svoltesi nelle principali città del paese fra aprile e luglio scorsi, si sono verificati nuovamente gravi episodi di violenza verso persone e cose, con un saldo di ben centoventi morti18. Violenze delle quali ciascuna delle due parti ovviamente addebita all’altra le responsabilità. Da mesi i media internazionali stanno trasmettendo della situazione un resoconto sorprendentemente uniforme e scandalosamente unilaterale, demonizzando il governo e i suoi sostenitori e fra questi in particolare i coletivos o motorizados (vedi riquadro).

Circa la vera natura di queste manifestazioni violente Luismi Uharte19 scrive:

Alla spiegazione più strettamente economica (della crisi, nda) si devono aggiungere una serie di chiavi tanto dell’ambito politico che di quello militare, per comprendere in tutta la sua complessità la disputa fra i diversi gruppi di potere. L’opposizione di destra raccolta intorno alla MUD opera in chiave politico-militare, malgrado che la sua facciata pubblica sia quella di una coalizione tradizionale di partiti. Sebbene vi siano settori, minoritari, che non condividono gli orientamenti più estremisti, attualmente la linea dominante è imposta dai gruppi più estremisti e violenti, una realtà sistematicamente tenuta nascosta dal latifondo mediatico globale. L’attuale scommessa per ripetere La Salida è l’evidenza più chiara, Saremmo di fronte a una salida reloaded’ (potenziata, nda) (Wollenweider) o Salida II, però più sofisticata. L’obiettivo evidente è provocare il maggior numero di morti e cercare, grazie alla grossolana manipolazione dei mass media internazionali, di incolpare il governo e giustificare una sollevazione dell’esercito o un intervento esterno. 20 La Salida II in prima istanza combina un volto pacifico di giorno, con manifestazioni convenzionali, e una violenza estrema di notte provocate da bande criminali assoldate. La violenza alterna la distruzione di istituzioni pubbliche a assassinii selettivi […] A questo si aggiunge il sabotaggio del servizio elettrico. In sintesi pratiche tipiche di una guerra asimmetrica. 21

Su chi sono e da che parte stanno i coletivos, sintetizziamo una descrizione che ne fa Alejandro Velasco in un articolo complessivamente interessante.22 In genere per i grandi media essi sono una realtà uniforme, filogovernativa e violenta. Velasco ne individua invece tre tipologie

Una prima è composta da gruppi discendenti dalle guerriglie antigovernative degli anni 60-80. Essi sono ben organizzati, disciplinati, motivati ideologicamente ed operano contro gruppi delinquenziali, numerosi nel paese. Secondo Velasco sono <<gruppi che si sono però anche scontrati con l’apparato statale chavista, e a suo tempo con lo stesso Chávez, ogni qualvolta essi hanno criticato la mancanza di impegno ideologico dell’elite governativa nell’ambito della corruzione galoppante e hanno rivendicato la propria autonomia rispetto all’ordine gerarchico del PSUV.>>

Una seconda comprende gruppi nati fra il 2007 e il 2012, in piena auge chavista, prendendo come modello la precedente, sviluppando funzioni analoghe di difesa in spazi molto ridotti unitamente a un lavoro sociale, ma la loro posizione ideologica è molto più legata al “socialismo del secolo XXI”, al chavismo dal quale essi sono meno autonomi. Con le crescenti difficoltà economiche e la minore motivazione ideologica dei precedenti alcuni di essi sono sconfinati in attività delinquenziali.

Una terza tipologia infine riguarda gruppi definiti da Velasco ‘coletivos mascherati’, nati nell’ambito della cosiddetta Operazione per la Liberazione del Popolo (OLP), in base alla quale forze speciali di polizia entrano nei barrios per disarticolare supposte bande criminali, azioni che spesso terminano con uccisioni e che utilizzando la collaborazione di questi coletivos. Questi sono quelli che Velasco indica come gli autori di violenze che i media attribuiscono a tutti i coletivos indistintamente. Essi vengono anche chiamati motorizados perché spesso si muovono in motocicletta. Contro di essi, in occasioni di scontri con i gruppi violenti di opposizione, questi usano stendere fra i due lati delle strade fili di acciaio poco visibili ad altezza delle gole dei motorizados, con conseguenze facili da immaginare. Possiamo aggiungere che l’esercito da parte sua non vede di buon occhio i coletivos in generale perché in essi sono numerosi i portatori di armi non denunciate.

[Velasco è docente di storia alla New York University e autore del libro “Barrio Rising. Urban Popular Politics and the Making of Modern Venezuela”, Brano tratto dall’intervista reperibile su nuso.org/articulo/venezuela-por-que-no-bajan-de-los-cerros. ]

Maduro, un “feroce dittatore”?

Un’osservazione mi pare opportuna: il conflitto fra Istituzioni23 legato alle violazioni della Costituzione prima ricordate sono in alcuni casi forse discutibili, come il potere del Presidente di indire tout court elezioni per una nuova assemblea Costituente,24 ma in altri evidenti, Mi pare ragionevole l’osservazione che, finché esiste conflitto aperto fra Istituzioni, non si può parlare di dittatura, come invece molti tentano di accreditare, come del resto attestano sia la tuttora intatta libertà dei media (giornali, TV) posseduti in gran parte dall’opposizione, sia la possibilità questa di manifestare per le strade e le piazze con continuità.

Così Lander, nel testo già citato, parla di “allontanamento” dalla Costituzione, non di “dittatura”. E anche Antonio Moscato, certo non tenero con Maduro, riconosce che la sua <<Non è una dittatura, ma un regime fragile e corrotto>>.25 Il giornalista Pablo Stefanoni, altra voce critica del Governo Maduro, dal canto suo scrive: <<Senza dubbio il Venezuela non è una dittatura. Presenta elementi di “democrazia autoritaria” come Viktor Orban in Ungheria o Vldimir Putin in Russia, ma a differenza di questi ha perso la capacità di vincere elezioni. La particolarità del Venezuela è di essere una sorta di “autoritarismo caotico.>>26

Sul fronte opposto naturalmente si dà una versione opposta del personaggio, forse con qualche sopravalutazione: “Maduro, un fuera de serie” (Angel Guerra Cabrera, @aguerraguerra https://www.alainet.org/es/articulo/187603)

Avete visto La rivoluzione non verrà teletrasmessa?

Nel 2002 la britannica BBC aveva inviato due suoi operatori irlandesi in Venezuela per girare un documentario sulla situazione esistente nel paese. Il caso volle che essi fossero all’opera il giorno in cui avvenne il colpo di stato e mentre uno si trovava all’interno del palazzo presidenziale di Miraflores, l’altro fosse invece all’esterno. Il primo si trovò quindi nel bel mezzo degli attori del golpe e il secondo nel mezzo delle terribili violenze della repressione dei primi tentativi di protesta popolare nonché della caccia a personaggi della nomenclatura chavista. Ma dopo le prime ore di sconcerto, nella notte la ribellione della gente prese corpo e alle prime ore dell’alba un vero fiume umano scese dai cerros, le colline che circondano Caracas dove sono concentrati i barrios più poveri, e circondò il palazzo presidenziale. Nel frattempo reparti fedeli a Chávez iniziarono a sollevarsi. Il Presidente fu prelevato nel forte militare dove era stato imprigionata e riportato in elicottero a Caracas, appena 36 ore dopo il golpe. Trovo la visione di questo documentario, reperibile sul web anche con traduzione italiana, imprescindibile per capire meglio ciò che accade nel paese27:

  • La tracotanza e direi anche ferocia dei golpisti di allora, la classe “bene”, che cappeggiano anche le violenze di oggi. Fra i più violenti di allora si ricorda la presenza di Capriles, il candidato dell’opposizione nell’ultima elezione di Chávez e in quella di Maduro

  • La profonda frattura di classe che esiste in Venezuela e quindi della violenza dello scontro in atto fra i due antagonisti, la classe ‘alta’ e quella ‘bassa’. Con parte della classe media che, sotto la spinta della crisi, si orienta verso la prima.

  • Il completo travisamento dei fatti da parte dei media internazionali è dimostrato palpabilmente dalle visioni in diretta degli avvenimenti riprese dai due cineasti e le descrizioni, da loro pure riprese e inserite, fatte dalle “voci dei padroni”, per cui ciò che dice Colussi, no creer ni el 1%, è tragicamente vero.

Da qui il titolo dell’articolo di Velasco citato nella nota 21: Venezuela: ¿por qué no «bajan» de los cerros?”. Certo, nei cerros si protesta con il governo per la scarsità degli alimenti, ma non si protesta contro di esso e non si scende per unirsi alle manifestazioni che partono dai quartieri benestanti. Forse i ricordi del Venezuela pre-Chávez in particolare del caracazo ricordato nella prima parte, sono troppo vivi, e ancor più quelli dei giorni del golpe. A Velasco fa eco Luis Hernandez Navarro su La Jornada di Città del Messico, che in occasione delle elezioni per l’Assemblea Costituente ha titolato il suo editoriale En Venezuela, los cerros bajaron. Come si vede nel paese c’è una frattura di classe che è anche territoriale: le manifestazioni dell’opposizione ad oggi non sono riuscite a sfondare nei barrios popolari salvo, per ora, in pochissimi casi. La grande domanda è: le masse scenderanno nuovamente in massa dai cerros, e se si, contro o per chi scenderanno? Non è una domanda oziosa e la risposta può essere determinante per l’esito finale del conflitto, che a quel punto potrebbe avere effetti drammatici.

L’intervento dell’OEA

Fra i tentativi esterni di delegittimare il governo Maduro, uno dei più insidiosi è stato nei mesi scorsi l’intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA o OSA), invocato dagli stessi oppositori definiti nell’occasione da Maduro “traditori della Patria”. Convocata dal suo presidente di turno, l’uruguayano Almagro, schierato senza troppi veli sulle posizioni statunitensi, e nonostante l’adesione di Brasile e Argentina, ormai rientrati nell’orbita di potere statunitense, alla mozione di censura dell’operato del governo Maduro, questa, nonostante ripetuti tentativi, non ha raccolto il numero di adesioni necessarie per essere approvata e per poter passare quindi a interventi atti a ‘ristabilire la legalità’ nel paese. In risposta alla politica dell’OEA il Venezuela, con un atto di dignità politica, ha deciso di ritirarsi dall’organizzazione la quale quindi non avrebbe più ragioni legali di intervento su un paese ormai esterno ad essa. Il capitolo sembrava così almeno momentaneamente chiuso ma secondo notizie degli ultimissimi giorni l’OEA sembra ora voler riprendere l’iniziativa, con ragioni e obiettivi non ancora noti.

Gli attori in campo

La grande manifestazione promossa dal Governo il 19 aprile scorso ha mostrato, con sorpresa di molti, la rinnovata capacità di questo di mobilitare larghi strati di cittadini a proprio sostegno. Uno dei risultati tossici dell’ informazione drogata infatti è far credere che la situazione in Venezuela sia quella di un intero paese in rivolta contro una feroce dittatura isolata e i media internazionali descrivono la situazione come uno scontro fra un’opposizione compatta, ampia e pacifica, riunita nel MUD, e un governo repressore sostenuto da una minoranza, indicata nel 20% della popolazione. Questa descrizione predispone psicologicamente l’opinione pubblica internazionale ad accettare un intervento esterno giustificato dal fatto che nel paese esisterebbe una patente violazione dei Diritti umani, quali lo stato di denutrizione di larga parte della popolazione.28 E anche a far credere che un golpe in questa situazione contro il governo riporterebbe pace e democrazia nel paese. In realtà questo con tutta probabilità porterebbe invece ad una situazione di guerra civile sanguinosa e imprevedibile29 che il giornalista Zibechi assimila a una possibile situazione di tipo siriano.30

Anche qui, mi sembra che quanto riportato da Weisbrot sia ragionevolmente credibile:

il grado di approvazione di Maduro è del 20,8% (media dell’anno 2016, nda). Sembrerebbe bassa se misurata con gli standard statunitensi, ma data la profondità della crisi e la depressione economica, in realtà rivela che esiste un buon numero di sostenitori accaniti. […] Come altri hanno segnalato, l’indice di approvazione di Maduro era del 21,1% appena due mesi prima che il suo partito ottenesse il 41% dei voti nelle elezioni legislative del 2015. Detto in altri termini, esiste un gran numero di persone che continuano ad essere scettiche circa quello che farebbe l’opposizione, anche considerando che il Governo è il principale responsabile di un terribile disastro economico31.

Uscendo da una valutazione quantitativa, Weisbrot fa una importante riflessione sociologica:

Può anche darsi che provino paura. Se hanno qualche legame con il Governo non sanno che tipo di repressione potrebbero dover affrontare con un governo di opposizione, soprattutto se questo arrivasse al potere attraverso un golpe. L’opposizione venezuelana non ha una tradizione democratica e pacifica. Ad esempio, nelle 36 ore che seguirono il golpe appoggiato dagli Stati Uniti nel 2002, morirono decine di persone ed era iniziata una retata contro i funzionari del governo eletto. I leader dell’opposizione, malgrado le loro molte divisioni, si sono mantenuti assai silenziosi circa la violenza dell’opposizione nel corso delle proteste attuali nelle città venezuelane, inclusi vari assassinii.

Anche Uharte è di questo avviso: per brutto che posa apparire il governo Maduro, un ‘andata al governo dell’opposizione sarebbe di gran lunga peggiore dal punto di vista dei diritti umani:

il chavismo di base, quello dei militanti anonimi, con atteggiamenti più o meno filogovernativi o più critici, sanno di essere condannati a dover appoggiare un governo in crisi con profonde contraddizioni. Lo sanno perché hanno più chiaro di altri che se il MUD e i suoi adepti riconquistano lo Stato, la fattura che faranno pagare al movimento popolare sarà enorme. Lo sanno perché sono più coscienti di chiunque altro che il conflitto storico fra progetti e classi antagoniste sono vigenti come sempre.32

Tornando ai dati del sondaggio, Weisbrot ricorda che il 51% dei venezuelani approvava ancora l’operato di Hugo Chávez e che, per quanto riguarda le manifestazioni, il 51,3% era favorevole contro il 44,2% contrario. Naturalmente stiamo assistendo alla danza delle inchieste e Weisbrot perciò precisa di riferirsi ai dati forniti da Datanálisis, <<la società di sondaggi più citata nei mezzi di comunicazione internazionali e che non può essere accusata di essere a favore del Governo>>. Non fa una grinza.

Di nuovo, di fronte al rigido dualismo delle forze in campo presentato dai media, conviene esaminare più da vicino le cose. Nel campo chavista si devono distinguere almeno tre componenti:

  • Il chavismo legato al governo e che tuttavia al suo interno presenta molteplici posizioni.

  • Il chavismo critico non oppositore, con le migliaia d militanti di organizzazioni popolari critici con la dirigenza ma ancora nei ranghi dei sostenitori del governo.

  • Il chavismo critico oppositore.

Di quest’ultimo gruppo, minoritario, ma stimato in crescita, fanno parte Marea Socialista e più recentemente la Plataforma Ciudadana de Defensa de la Constitucion della quale fanno parte intellettuali e personalità politiche come Lander e alcuni ex-ministri di Chávez.33

Le richieste principali dello chavismo critico vertono su una ripresa del percorso iniziale intrapreso da Chávez. <<Sia lo chavismo oppositore come i gruppi critici all’interno dello chavismo ufficiale coincidono nella critica alcune di queste misure e chiedono un cambio di direzione. Da un lato allertano sulla crescita preoccupante del debito esterno e chiedono la sospensione del pagamento e una sua rinegoziazione. Gli interessi che la mafia bancaria internazionale sta obbligano il Venezuela a pagare sono assolutamente sproporzionati e hanno messo sul tavolo l’urgenza di una uditoria del debito. Dall’altro lato, la sparizione progressiva del controllo dei prezzi di molti prodotti basici, come conseguenza delle pressioni di settori imprenditoriali, non è servito a stabilizzare i prezzi, per cui la difficoltà di accesso agli alimenti e ai medicinali è aumentato. I denominati CLAP (Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione) hanno consentito ai settori popolari un approvvigionamento diretto ma non sembrano in assoluto sufficienti per garantire un accesso minimo. Di conseguenza il non pagamento del debito e il ristabilimento del controllo dei prezzi sono alcune delle richieste più urgenti fatte dal movimento popolare>>. (Luismi Uharte, vedi nota 14).

<<In realtà la MUD contiene di tutto: i residui dei vecchi partiti borghesi socialdemocratico (AD) e cristiano sociale (COPEI), almeno tre gruppi di ex-guerriglieri castristi, e svariati gruppi politici nazionali e locali, tra entrate e uscite dovrebbero essere 28, di cui nessuno fa riferimento al fascismo>>34. Come vedremo dopo, al suo interno certe crepe stanno diventando più visibili. Una cosa è certa, e lo stesso Lander lo dice nel suo scritto riconoscendo nelle manifestazioni <<l’intervento di gruppi paramilitari appoggiati da fuori>>. L’espressione “da fuori” risulta però un po’ troppo vaga dato che (i riscontri sono ormai molti) si tratta principalmente di paramilitari colombiani che fin dal tempo di Chávez si erano infiltrati nel paese, soprattutto negli stati di frontiera con la Colombia e con propaggini nella stessa Caracas, dove avevano perfino ucciso un alta carica istituzionale. E Lander prosegue, ora viceversa in modo forse troppo categorico: <<Il governo risponde con una repressione indiscriminata, a sua volta rafforzata da collettivi civili armati, che attaccano violentemente le mobilitazioni di oppositori. Ne risulta una escalation di violenza che ha prodotto 120 morti, centinaia di feriti e arrestati, molti dei quali direttamente deferiti a tribunali militari.>> Se sulle responsabilità delle violenze si gioca al rimpallo, purtroppo sul numero dei morti il dato citato da Lander è ufficiale.

Concludendo questo paragrafo, gli attori in campo quindi sono ben più numerosi dei due accreditati dai grandi media con proporzioni falsificate (80% contro 20%) e questo offre una panoramica ben più complessa di quella che divide i tanti buoni da una parte contro i pochi cattivi dall’altra … E complica la comprensione ma anche la previsione dei possibili sviluppi.

L’unità civico-militare

Chávez era stato il riferimento di un gruppo di militari democratici desiderosi di cambiare il corso del paese, cosa di cui abbiamo parlato nella prima parte di questi appunti.35 Senza la presenza di un certo numero di alti ufficiali democratici nelle Forze Armate venezuelane non si spiegherebbe il contro-golpe che riportò Chavez al potere nel 2002 nel giro di 36 ore. Coinvolgendo i militari in operazioni di grande valore sociale –le famose misiones36– egli aveva creato un nuovo rapporto fra militari e società civile, la cosiddetta Unidad civico-militar, garanzia di indipendenza e stabilità contro ingerenze straniere e una tradizione golpista.

È un dato di fatto che i militari ad oggi sono schierati a fianco del governo, ed è grazie a questa fedeltà che questo sta resistendo alle pressioni violente dell’opposizione ed alle forti ingerenze statunitensi. Essi sono ben inseriti (probabilmente troppo) nello stesso governo e nelle istituzioni statali: 11 ministri su 37 sono militari, alcuni ancora in servizio effettivo e uno di essi, Padrino López, già capo di stato maggiore dell’Esercito con Chávez, è oggi ministro della difesa. Inoltre ben 11 governatori su 23 provengono dalle forze armate (in genere militari in pensione, la cui scelta come candidati fra l’altro, non sempre è piaciuta allo chavismo civile).37

Una presenza forte e a doppia faccia. I militari godono in realtà di molti privilegi: hanno una propria banca, un canale TV, facilitazioni per l’acquisto di automobili, alimenti e casa. Fra loro alcuni sono vecchi colleghi di Chávez con cui avevano rapporti di vicinanza ideologica (il reparto di Padrino López fu uno dei primi a sollevarsi contro i golpisti del 2002 per ristabilire la costituzionalità violata), altri invece sono “chiacchierati” per arricchimenti non chiari. Traffico di valuta grazie al triplice sistema di cambio bolivar/dollaro, commercio illecito con i beni primari di consumo assegnati a prezzi calmierati e rivenduti a prezzi 10 volte superiori nella vicina Colombia (il cosiddetto bachaqueo) e infine relazioni col mondo dei trafficanti di droga non sono sconosciuti alla cosiddetta borghesia bolivariana (la “boliborghesia” cresciuta già ai tempi di Chávez, suo malgrado). Degli alti gradi militari, alcuni dei più anziani frequentarono a suo tempo la famosa Escuela de las Americas (SOA – School of the Americas)38. Il deputato di sinistra spagnolo Monedero in un suo articolo per certi versi interessante, scrive: E’ l’esistenza degli USA come impero che ha costruito l’esercito venezuelano. I nuovi ufficiali invece si sono formati nel discorso democratico sovrano e antimperialista e sono la maggioranza. C’è altresì un corpo di ufficiali, in gran parte sul punto di andare in pensione, che si è formata alla vecchia scuola e le sue ragioni per difendere la Costituzione venezuelana sarebbero più che altro personali.39 L’espressione “ragioni personali” è ambigua e vaga e forse fa riferimento ai casi chiacchierati. Per alcuni di loro un cambio di governo potrebbe essere fonte di guai giudiziari. Ma sicuramente metterebbe nei guai anche i militari che furono fedeli a Chávez ed ora a Maduro. Se il ricambio generazionale ipotizzato da Monedero è realista nelle conseguenze che ne deriveranno, la cosa non sarebbe di poco conto dal punto di vista di un’evoluzione democratica delle forze armate nel loro complesso e quindi del paese. Del resto il coinvolgimento dei militari nelle varie misiones40 sociali può avere influito sulla loro coscientizzazione democratica. Ma quali che siano le motivazioni “personali” dei capi militari cui accenna Monedero, ad oggi le forze armate sono rimaste fedeli al governo e ne hanno garantito per ora la stabilità.

Estrattivismo, e ancora estrattivismo

E’ urgente per il paese ritrovare la stabilità economica e uscire dalla spirale perversa inflazione/svalutazione della moneta nazionale rispetto al dollaro. La logica perversa dei tre diversi regimi di cambio bolivar/dollaro esistenti deve essere cancellata perché è parte essenziale della spirale.41 Su questo tema torneremo come detto nella terza parte.

L’estrattivismo esasperato sta affossando l’esperienza dei governi di sinistra e centrosinistra emersi nella prima decade del secolo presente in vari paesi latinoamericani. Abbiamo già scritto molto in proposito su numeri precedenti del Mininotiziario e non ci torniamo sopra. Il Venezuela in particolare impernia la sua politica economica sull’estrazione del petrolio che da circa un secolo la condiziona in tutti i campi (economico, politico, sociale).42

Il problema di modificare la struttura economica del paese, soprattutto quello di liberarlo dal vincolo dell’ingente importazione di alimenti, non era stata ignorata da Chávez ma non si era riusciti a porvi rimedio. L’imponente progetto di riforma agraria era fallito, in un paese che si era cullato per troppo tempo sulla facile rendita petrolifera.

Negli ultimi anni di Chávez il paese aveva scoperto di possedere la più grande riserva petrolifera mondiale, superiore a quella dell’Arabia Saudita43. Un petrolio però meno pregiato, denso e viscoso (il cosiddetto crudo pesado), più difficile e costoso da essere estratto, trasportato e raffinato. Ma sempre petrolio è, e in quantità enormi. Esso si trova concentrato nella “faglia” amazzonica dell’Orinoco, oggi denominata Arco Minero dell’Orinoco (e più recentemente ribattezzata col nome di Hugo Chávez), che occupa una superficie di 120mila kmq, corrispondenti a circa un terzo dell’Italia. Arco Minero perché in tale zona, ricchissima di biodiversità e acqua oltre petrolio sono stati trovati ingenti quantitativi di minerali vari, oro e coltan in primis., ma anche ferro e nichel etc.44

Qui si apre una delle pagine oscure del governo Maduro, stretto fra impellenti necessità di valuta pregiata e un apparato burocratico da sempre corrotto ed al quale la crisi di questi anni ha offerto possibilità nuove di arricchimento45. Per superare la crisi finanziaria il governo Maduro ha messo a punto un vasto programma di facilitazioni per gli investitori esteri tramite contratti flessibili e anche creando delle “Zone Economiche Speciali” dove la legislazione nazionale per l’ambiente e quella del lavoro non sono vigenti. Il peggio del peggio delle politiche economiche neoliberiste, quindi.

I relativi contratti ad oggi stipulati con corporation estere, le cosiddette “imprese miste”, incluse fra esse corporation petrolifere statunitensi o minerarie canadesi già godenti di pessima fama come la Barrick Gold, essi sono stati decisi dallo stesso Maduro, avvalendosi dei poteri attribuitigli dal Decreto della Stato di Eccezione e Emergenza Economica cui accennava sopra Lander. Per di più si è cercato a lungo di tenere nascosti questi contratti allo stesso Congresso e alla popolazione. Una volta cominciati a trapelare essi sono stati ampiamente criticati dall’opposizione, come naturale, ma anche dal mondo ecologista, perché la devastazione ambientale sarà enorme, nonché dallo chavismo critico.

A Maduro si contesta anche <<la cessione di bond scontatissimi alla Goldman Sachs>>, la banca del neocapitalismo per eccellenza e in queste “svendite” dei beni di stato ha avuto la sua particella anche la nostra ENI.46 Il 70% dei bond venezuelani a quanto mi risulta è in mano a investitori statunitensi.

Nella situazione caotica del conflitto costituzionale di cui abbiamo parlato e che ha visto la responsabile del TSJ Luisa Ortega, già fidatissima del governo Chávez e poi di quello Maduro, entrare in conflitto con quest’ultimo a causa delle ultime decisioni non conformi alla Costituzione, venire poi destituita come primo atto dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), di cui diremo fra poco, e infine fuggire all’estero col marito, deputato chavista. Al suo posto ha cominciato ad operare Tarek William Saab47, che in uno dei suoi primi atti ha fatto arrestare 8 alti funzionari della PVDSA per una appropriazione indebita del valore di 200 milioni di dollari dell’azienda.48 Indirettamente in questa vicenda è stata chiamata in causa Luisa Ortega che avrebbe ritardato le indagini sugli otto funzionari richieste dallo stesso Maduro oltre un anno fa. Se si collega questo alla dichiarazione del TSJ in esilio49 di avere compilato una prima lista di cento eminenti personaggi del regime corrotti, nonché alla ventilata minaccia del governo di sottoporre l’Ortega a perizia psichiatrica, temo si assisterà ad un volar di stracci fra le parti.

La nuova Costituzione

Nel clima di manifestazioni violente descritte sopra, durante il tradizionale comizio del Primo maggio scorso Maduro ha calato un tre di briscola: l’annuncio delle elezioni di una nuova Assemblea Nazionale Costituente onde modificare (“perfezionare”, ovviamente …) la Costituzione del 1999 approvata sotto Chávez. È stato come gettare altra benzina sul fuoco innescando la polemica sul potere o meno di Maduro di indire le elezioni per una Assemblea Costituente. Così secondo Monedero <<una parte delle critiche a Maduro sono ingannevoli perché dimenticano che il Venezuela è un sistema presidenzialista. E’ per questo che la Costituzione permette al presidente di convocare un’Assemblea Costituente. Piaccia o no, l’articolo 348 della Costituzione vigente del Venezuela dà la facoltà al Presidente di farlo>>. Lander, che è stato fra i più autorevoli oppositori all’iniziativa, nel testo già citato però obietta: <<Sebbene la Costituzione non sia del tutto esplicita al riguardo, essa fissa tuttavia una differenza chiara tra “prendere l’iniziativa” di una convocazione (cosa che può fare un Presidente) e “convocare”, che è attribuzione esclusiva del popolo sovrano (art. 347). Questo implica che si dovrebbe passare attraverso un referendum consultivo sul fatto se si dovesse cambiare o meno “convocare” o meno, come accadde nel 1999>>.50

In realtà, anche supponendo che Maduro non abbia violato la Costituzione vigente nel convocare direttamente le elezioni per l’Assemblea senza passare prima per un referendum popolare, vi erano molte perplessità sull’opportunità politica della mossa. In un paese spaccato a metà e in preda a forti sussulti, aprire un processo costituzionale contro il parere di una metà dei cittadini non sembrava essere una grande mossa per superare la frattura in atto. Da parte sua l’opposizione per reazione ha prontamente preso l’iniziativa per una consultazione popolare informale e auto-organizzata, per dimostrare la contrarietà di una fetta consistente di cittadini al progetto. Tenutasi nel luglio, essa avrebbe visto, secondo gli organizzatori, circa 7,5 milioni di persone votare contro il progetto. Pochi giorni dopo però un po’ di più di 8 milioni di cittadini hanno a loro volta votato per eleggere l’Assemblea Costituente.

Sulla attendibilità di questo numero naturalmente l’opposizione e i media internazionali hanno sollevato forti dubbi, confortati anche dalla dichiarazione del presidente della società inglese Smartmatic che da tempo gestisce tecnicamente gli apparati elettronici delle elezioni venezuelane. Altri hanno fatto cifre di votanti oscillanti fra 2 e 5 milioni di persone, numeri che appaiono immaginifici. Certamente le elezioni non si sono svolte in quel clima di trasparenza che aveva caratterizzato tutte le precedenti elezioni, dall’andata di Chávez al potere in poi: eliminato l’intingimento del dito nell’inchiostro indelebile, proibizione dei giornalisti di avvicinarsi ai seggi meno di 500 mt, possibilità anche di non votare nel proprio seggio con rischio di doppio voto in vari seggi… In compenso però esistono testimonianze di cittadini che sono stati intimoriti o impediti fisicamente di votare con minacce o blocchi stradali. Certamente ben poche garanzie si hanno anche sulla cifra dei 7,5 milioni di voti vantati dal referendum della MUD, controllati solo dai suoi organizzatori.

Un altro fronte di polemiche è stato aperto dall’ipotesi circolata che l’ANC possa anche fungere da sostituta dell’attuale Assemblea Legislativa. In realtà uno dei suoi primi atti è stato appunto quello di destituire la titolare del TSJ Ortega Dìaz, cosa che in effetti sarebbe di competenza dell’Assemblea Legislativa esistente e non di quella Costituente. Una prima significativa invasione di campo quindi.

Venendo ai contenuti preannunziati di questa nuova Costituzione (in realtà questi dovrebbero e dovranno essere stabiliti dall’ANC), sarà bene seguire on attenzione gli sviluppi dei suoi lavori.

La nuova Costituzione è <<Una proposta, secondo l’ex-vicepresidente Elís Jaua, per prevenire il colpo di Stato, la guerra civile e l’intervento straniero. Una proposta che ha come obiettivi formali quello di istituzionalizzare il sistema delle misiones sociali, porre le basi giuridiche del nuovo modello post-petrolifero e dare ruolo istituzionale al Potere Comunale. Obiettivi, senza dubbio, condivisi da una gran parte dello chavismo e della popolazione>>. (Uharte, nota 16): Obiettivi che personalmente trovo interessanti ma in contraddizione, almeno il secondo, con quanto hanno fatto e stanno facendo a proposito dell’Arco Minero dell’Orinoco. E circa le comunas, difficile conciliare l’innovazione della loro costituzione decisamente democratica dal basso con le pratiche verticaliste e autoritarie del PSUV. Ma lo stesso Uharte rileva che <<il modo delle elezioni e soprattutto la scelta dei candidati ha generato proteste non solo della destra (che però non ha partecipato alle elezioni, nda) ma anche dello chavismo e in parte della sinistra internazionale. Il governo propone due tipi di elezione, uno convenzionale, ossia territoriale, e un altro settoriale. Il secondo comporta che circa la metà degli e delle assembleisti e assembleiste saranno scelti fra una serie di “settori” (movimento operaio, imprenditori, indigeni, comunas …), invece di eleggere candidati di partiti, cosa che viene interpretata come una via per corporativizzare il voto e assicurarsi una maggioranza. Sebbene non sia ancora deciso come si concretizzerà definitivamente il processo elettorale, il modello proposto è difficilmente difendibile e pregiudica l’immagine di un governo anche fra i settori di appoggio all’esterno del paese>>. (Uharte, ibidem). Inoltre si deve notare come una parte di cittadini avrà diritto al doppio voto, uno territoriale e uno settoriale, discriminandoli.

Una situazione nuova e inaspettata

Il 4 agosto la ANC è stata insediata e del suo primo atto abbiamo detto. All’insediamento sarebbe stata da aspettarsi una reazione violenta dell’opposizione con la ripresa delle manifestazioni, ma sorprendentemente non è stato così. Mentre il governo sembra avere ripreso vigore nella sua azione politica, l’opposizione sembra allo sbando. La nuova situazione viene così descritta in un articolo di Tomas Straka pubblicato sul sito di Antonio Moscato51:

A un mese dall’elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), due situazioni risaltano nella presente congiuntura critica in Venezuela: praticamente, la scomparsa dalla scena politica del Tavolo di Unità Democratica (MUD) e il carattere sempre più internazionale della crisi. Benché il primo elemento non significa che l’alleanza dei partiti di opposizione abbia smesso di agire su altri terreni, o che il suo rientro in gioco o gli scontri di piazza siano impossibili, il modo in cui i giudici del Tribunale Supremo nominati dal parlamento dell’opposizione hanno dovuto andarsene in esilio – come hanno fatto la Procuratrice Luisa Ortega Díaz e alcuni dei principali sindaci dell’opposizione52 – sembrano avere spostato l’ago della bilancia verso il governo. Per il momento, Nicolás Maduro è riuscito a controllare la situazione politica e può registrare un punto a proprio favore nell’ultimo round.53

In realtà nella MUD si vanno riscontrando crepe vistose. Dopo l’annuncio del governo che entro la fine dell’anno saranno convocate le elezioni (comunali e regionali, queste ultime per il rinnovo dei governatori54) già rinviate dal 2016 in deroga ai dettami costituzionali, alcuni governatori dell’opposizione e il segretario di AC hanno dichiarato che vi prenderanno parte.55 Il governo quindi, che sembra sentirsi più forte, affronterà senza sotterfugi le ormai prossime elezioni regionali? E pensa di aver risalito la corrente e di poter affrontare chiaramente le elezioni presidenziali del 2018? E come si comporterà nella iniziata riapresa del dialogo con l’opposizione col patrocinio dei mediatori internazionali?

Nel momento in cui scriviamo infatti il dialogo fra governo e opposizione è ripreso nella capitale della Repubblica Dominicana con la mediazione del suo governo e dell’ex presidente del consiglio spagnolo Zapatero e sembra che altri governi saranno inseriti nella mediazione. Un primo incontro di tre ore delle due delegazioni si è tenuto a Santo Domingo a metà settembre. Esso è stato definito promettente dal presidente di questo paese Danilo Medina. In esso è stata abbozzata un’agenda del dialogo che è ripreso proprio in questi giorni.

Stati Uniti: dalle minacce di invasione alle sanzioni economiche

Se la situazione interna sembra più favorevole per il Governo, non si può dire lo stesso per la pressione internazionale. L’inizio dei lavori dell’ANC ha infatti provocato un minaccioso discorso di Trump che ha parlato addirittura di intervento armato, immediatamente sconfessato però dal suo entourage. Dichiarazione incauta perché ha ferito lo spirito patriottico dei venezuelani ed è stata criticata anche da governi latinoamericani neo-amici degli Stati Uniti. Quello che invece si è concretizzato alcuni giorni dopo è il Decreto con cui si stabiliscono severissime sanzioni economiche contro il Venezuela. Su queste torniamo a dar la parola a Weisbrot, il quale in un suo articolo fa una valutazione interessante da leggere per intero ma che per brevità riassumiamo nei punti essenziali:

  • Dette sanzioni sono illegali sia per quanto riguarda la legislazione internazionale che quella statunitense56

  • Esse impediscono che qualsiasi entità statunitense possa partecipare a finanziamenti per la ristrutturazione del debito del Venezuela (lo scorso anno si era quasi giunti ad un accordo in questo senso fra il Governo venezuelano, la Bank of America e la banca Morgan Stanley).

  • Esse congelano i beni venezuelani negli Stati Uniti e impediscono alle raffinerie di proprietà statale del Venezuela ivi operanti, in particolare la CITGO -che è la più importante e che compra e raffina gran parte del grezzo venezuelano esportato negli States- di rimpatriare dividendi e utili, aggravando la penuria di valuta pregiata del paese proprietario.

  • Come è noto le sanzioni economiche hanno conseguenze anche sulla vita delle persone. In questo caso, gravando su una popolazione già carente di alimenti di base e di medicinali essenziali, questa sanzione viola proprio il godimento di quei diritti in nome dei quali si minaccia di intervenire militarmente nel paese.57

Sull’applicazione di queste sanzioni gli altri paesi, compresa l’Europa, sembrano titubanti. Ma per quanto riguarda l’atteggiamento dell’Europa, un episodio accaduto il 4 settembre e che si situa fra l’irresponsabilità e la farsa, è significativo. Gli ambasciatori di Germania, Spagna e Italia quel giorno hanno accompagnato all’aereoporto di Caracas Lilian Tintori, moglie di Leopoldo López, uno degli istigatori delle manifestazioni violente, ora in carcere, che cercava di imbarcarsi per espatriare. La Tintori era stata fermata giorni prima dalla gendarmeria che aveva trovato sulla sua auto ben impacchettati 200 milioni di bolivares del cui possesso aveva dato una versione balorda (aiuti per la nonna malata) successivamente cambiata dai suoi avvocati (beneficienza per bambini bisognosi). Il giorno successivo al tentato espatrio la Tintori doveva comparire in tribunale per spiegare la provenienza di quel denaro. La Tintori è da tempo protagonista di frenetici viaggi all’estero nel corso dei quali ha perfino avuto un incontro col presidente Trump e alcuni suoi collaboratori. 58

Con la situazione economica e finanziaria del paese già gravissime (un’inflazione attualmente superiore al 600% annuo e il potere di acquisto dei salari ridotto di un terzo), le sanzioni di Trump rischiano di dare il colpo di grazia alle finanze venezuelane oppure di sospingere definitivamente il paese nelle braccia di Russia e Cina, uniche possibili fonti di nuovi aiuti tramite nuovi indebitamenti. Ma su questo aspetto, su cui si giocano ormai le sorti del paese e che richiede uno specifico approfondimento, torneremo in un prossimo numero del Mininotiziario, non sovraccaricando ulteriormente né ritardando ulteriormente questo numero. Del resto è una turbolenza in atto su cui è bene vedere le sue prossime evoluzioni. Intanto il New York Times pronostica per ottobre il default della PDVSA, incapace di pagare una consistente rata del proprio debito.

Y ahora que?

E ora che?” è un’espressione usata spesso in America latina alla fine di una analisi o di una narrazione di fatti. Che ne sarà del progetto bolivariano, in Venezuela e in America Latina?

Fino a qui il sottoscritto ha solo offerto alcuni tasselli del puzzle venezuelano che ciascuno può comporre secondo i propri criteri e le proprie scale di importanza dei valori in gioco.

Che riflessioni ho tratto da questo mio lavoro?

In Venezuela a cavallo del millennio c’è stato come Presidente un grande sognatore che, sulle orme di Simón Bolivar, ha immaginato e tentato di rendere realtà un futuro di unità e dignità per l’America Latina, a cominciare dal proprio paese. Questo sognatore potei ascoltarlo dal vivo due volte raccontare per ore il suo sogno, a Porto Alegre e al teatro Carreño di Caracas, e ne rimasi affascinato. Ma, come dice il proverbio, fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E nel caso specifico un mare tempestoso e pieno di pescecani, di cui uno enorme e voracissimo.

Questo non lo scoraggiò e molti suoi atti furono coraggiosi e fortemente innovatori: a livello nazionale il primo atto fu una nuova Costituzione avanzata, cui seguirono le misiones, le comunas, le politiche di ridistribuzione e di forte riduzione della povertà e altro ancora; a livello regionale: l’ALBA59, l’aver risvegliato nella gente comune l’ideale di Simón Bolivar della Nuestra America, unita e libera da dominazioni esterne, l’aver promosso e sostenuto l’unità dell’America del Sud assieme ai presidenti di Brasile (Lula) e Argentina (Kirchner), con atti concreti. Rischiò da subito di essere travolto da onde altissime: un colpo di stato, un durissimo sciopero promosso da padronato e vertici sindacali corrotti e collusi con questo, oltre a una enorme catastrofe ambientale di cui abbiamo detto. Vinse cristallinamente una lunga serie di processi elettorali e un referendum revocatorio a lui avverso60. Perse solo in un discusso tentativo di modificare la Costituzione (2007).

Un male incurabile lo ha falciato all’età di 59 anni.

Accanto a grandi meriti – che la storia gli riconoscerà e che credo lo renderanno indimenticabile nella memoria dei poveri e degli umili del suo paese e dell’America Latina ma anche di chi nel mondo ha a cuore la giustizia sociale- ha avuto i suoi limiti:

Per scelta o per necessità, ha accentrato su di sé le redini di un processo che era troppo grande per un solo uomo.

Gli piaceva sentirsi vicino alla gente e farsi carico dei suoi problemi tanto che Fidel Castro, con cui aveva stabilito forti contatti personali, lo ammonì ricordandogli di essere il capo di uno Stato e non il sindaco di un paese.

Ebbe il coraggio di pronunziare di nuovo la parola “socialismo” in un momento storico in cui essa era diventata impronunciabile, soprattutto per un capo di Stato. Parlò di un nuovo socialismo, quello del “XXI secolo”. Ma più che un progetto politico rimase l’enunciazione di nobili aspirazioni.

E’ stato criticato perché la sua ispirazione politica zigzagava cambiando talora percorso. Ma era un processo in costruzione ed egli cercò di adattarlo alla realtà mano a mano che gli sembrava che questa gli suggerisse o esigesse correzioni.

Nel momento in cui ne avrebbe forse avuto la forza, non seppe o non volle dare la spallata finale alla classe che fino allora aveva dominato il paese, forse pensando di poterla addomesticare. Ma non era così.

Non riuscì a dominare i due grandi mali endemici del paese: la violenza nelle strade e la corruzione. Nei 14 anni del suo governo furono oltre duecentomila i venezuelani rimasti vittime della prima.

Gli si incrostò attorno la nuova ‘boliborghesia’, burocratica e corrotta, cui lasciò troppo spazio.

Dette vita alle comunas, un progetto ardito per spostare il potere verso il basso, ma contem- poraneamente dette vita al PSUV, un partito di governo burocratizzato e verticalizzato, e anch’esso corrotto. Due cose contraddittorie.

Infine non riuscì a gettare le basi di un’economia coerente con il progetto. La grande riforma agraria, che avrebbe dovuto liberare il paese dal vincolo della dipendenza del settore alimentare dalle importazioni (il 70%!), non ebbe successo e il paese rimase intrappolato dal petrolio. La statalizzazione di alcune grandi industrie fu in parte vanificata dalla burocratizzazione e di nuovo dall’onnipresente corruzione.

Ma nel mio ricordo resta tuttavia un grande, per l’arditezza del sogno e il coraggio di tentare di calarlo nella realtà: non dimentichiamo che è stato il primo e il più ardito nello sfidare lo strapotere neoliberista.

Un suo critico, Raúl Zibechi, ha scritto recentemente:

Malgrado queste considerazioni (leggi:”critiche”, nds) mi sembra evidente che in Venezuela vi furono e vi sono processi interessanti. Forse il maggior risultato dello chavismo, è stato quello di aver contribuito a generare una crescita esponenziale dell’autostima dei settori popolari, cosa che non ha avuto confronto in nessun altro paese della regione. Questa enorme autostima ha fatto si che, attraverso molte organizzazioni locali, quelli in basso si siano impadroniti di porzioni significative delle loro vite, anche se non hanno nelle loro mani il potere. Ciò che ha tenuto a freno le ambizioni della destra e dell’impero. 61

Ditemi se vi sembra poco.

Accetto, con qualche riserva, l’affermazione di Zibechi che oggi in Venezuela il potere è detenuto dagli alti comandi militari e dagli alti burocrati, in competizione con la borghesia tradizionale per la spartizione della rendita petrolifera. E chi sa che questa spartizione alla fine non sia oggetto di un accordo fra i contendenti. Ma il seme gettato da Chávez, e di cui Zibechi riconosce i frutti, fa sì che i giochi a mio parere non si possano considerare chiusi. Con la condanna del Governo Maduro stiamo attenti a non gettare il bambino assieme all’acqua sporca.

E ancora. Zibechi pone un problema fondamentale articolo ora citato:

Fin dal colpo di stato dell’aprile 2002, l’ingerenza degli Stati Uniti in Venezuela dovrebbe essere fuori discussione […]. Da quel momento in poi, la politica della Casa Bianca è stata quella di mettere fine ai governi chavisti, o per la via dei golpes o per via indiretta, ma con il medesimo fine. La difesa della sovranità delle nazioni e dell’autodeterminazione dei popoli, è un principio irrinunciabile dei movimenti antisistemici in tutto il mondo. Di qualunque nazione, indipendentemente del colore dei governi e del tipo di regime che abbiano. Si tratta di un principio di importanza uguale a quello del rispetto dei diritti umani, che deve avere un carattere universale.

La difesa del governo Maduro allora deve essere fatta <<senza se e senza ma>> di fronte al pericolo di un decisivo intervento esterno? O chi ha a cuore il progetto bolivariano deve denunciare ciò che non va per appoggiare coloro che in Venezuela cercano di ripristinarlo, magari correggendolo nei suoi limiti?

Il 24 maggio un certo numero di personalità venezuelane –dirigenti politici, accademici, attivisti sociali e rappresentanti di organizzazioni sociali e politiche di rilevanza nazionale, ex ministri di Chávez e ex dirigenti dell’opposizione- autoconvocate in una conferenza stampa in cui i portavoce furono Oly Millán, ex-ministra di Chávez e membro della Piattaforma Cittadina di Difesa della Costituzione, Edgardo Lander, membro della stessa Piattaforma, Enrique Ochoa Antich, ex-coordinatore MUD/sociale e ex-deputato, lanciarono un appello in cui sottolineavano l’estrema pericolosità della situazione esistente nel paese, chiamando i media a “fare tutto il necessario per frenare la violenza e a difendere la Costituzione”62 Nei giorni seguenti l’appello è stato seguito da un altro appello sottoscritto da un rilevante numero di note personalità di sinistra latinoamericane63. In entrambi gli appelli, oltre a contestare le violenze dell’opposizione e dei gruppi estremisti chavisti, si rilevano le violazioni della Costituzione da parte del governo.

Dal secondo appello si sono però dissociate altre personalità di sinistra. In particolare il filosofo della liberazione argentino Henrique Dussel, con motivazioni che mi paiono meritevoli di riflessione. Nella sua dichiarazione si legge:

Io credo che in questo caso storico si dovrebbe stare molto attenti, perché effettivamente i nostri grandi governi che hanno assunto posizioni popolari possono anche, come tutti i partiti politici e tutte le opzioni, commettere alcuni errori. Ma criticare, in questa congiuntura strategica, il Venezuela e il suo governo suppone inevitabilmente un appoggio ai gruppi oppositori”. […] In ogni paese è normale e si giustifica un’opposizione, ma non quando è orchestrata, come nel caso del Venezuela in questo momento, dall’Impero con una campagna internazionale che occulta i frutti di un processo politico che, ovviamente, con la presenza di Hugo Chávez, sarebbe stato molto più importante perché egli aveva un prestigio molto forte di fronte al suo popolo. La sua assenza causa conseguenze in un governo che deve anche andar imparando […] Infine credo che dovremmo conservare una certa distanza di giudizio. Non chiedo che alcuni appoggino la rivoluzione e diano tutte le ragioni ad essa, come ad es. Atilio Boron. Ma non posso essere d’accordo con alcuni che, da fuori, danno un giudizio negativo a un processo che in questo momento sta venendo completamente strumentalizzato dalla “mediocrazia” diretta dagli Stati Uniti contro un paese che possiede la più grande riserva di petrolio nel mondo nel territorio dell’Orinoco, e pertanto è molto appetita dall’Impero che sta muovendo tutti i fili per fare qualcosa come un ‘golpe pacifico’ di nuovo tipo. […] Voglio chiamare l’attenzione sul mantenere rispetto per il processo venezuelano e consentire che questo governo giovane possa tuttavia crescere e in questo momento è bloccato, come fu bloccata, per oltre 50 anni l’esperienza cubana. La sinistra deve stare molto attenta agli avvenimenti storici e non dividersia artificiosamente per una certa inclinazione a una definizione di ‘democrazia’ che i mezzi di comunicazione stanno imponendo o proponendo64”.

La mia riflessione, per ora, si ferma qui, senza verità da offrire ma con molte cose su cui riflettere e basare le proprie personali posizioni.

Aldo Zanchetta

1 Carlos Fazio, Dominación de espectro completo http://www.jornada.unam.mx/2010/07/12 /opinion /017a1pol

4 Leggere il caso Venezuela di oggi astraendolo da una secolare storia di ingerenze (spesso armate) da parte degli Stati Uniti in quello che essi considerano il loro “giardino di casa” sarebbe da sprovveduti. Negli ultimi anni il modo di dominazione sembra essersi ‘suavizado’: interventi militari diretti apparirebbero politicamente scorretti alla comunità internazionale, per cui si è passati dai golpes militari (o anche invasioni dirette) ai golpes suaves, come nel caso del presidente Lugo in Paraguay o della presidente Dilma in Brasile, o ancor prima in Honduras, coprendo con un velo di ipocrita legalità (destituzione pretestuosa da parte del parlamento nei casi citati) atti sostanzialmente illegittimi. Ma nulla garantisce che, se necessario, non si torni alle vecchie pratiche, magari per interposto paese (leggi Colombia).

5 Vedi di R. Zibechi: La mirada de China sobre Venezuela, www.jornada.unam.mx/2017/08/04/politica/017a1pol e La disputa China-EEUU fractura América Latina, www.jornada.unam.mx/2017/07/21/opinion/017a1pol

6 Oggi il Venezuela risulta essere il primo paese al mondo per entità di riserve petrolifere, grazie alla sua ingente scoperta nella cosiddetta “faglia dell’Orinoco”, di cui torneremo a parlare in seguito.

7 Occorre notare che i vertici sindacali della CTV, la più importante delle organizzazioni sindacali, molto influente nella PDVSA, l’azienda petrolifera che era stata statalizzata nel 1975 dal governo dell’epoca, erano tradizionalmente collusi coi partiti che si alternavano al governo, COPEI e AD. Una nazionalizzazione più formale che reale, senza che lo Stato ne assumesse di fatto il vero controllo, cosa che avvenne con Chávez e che non piacque ai vertici tecnocratici sindacalizzati e corrotti dell’impresa statale.

8 Mark Weisbrot è condirettore del Center for Economic and Policy Research, CEPR, a Washington, D.C. e presidente dell’organizzazione Just Foreign Policy.

9 Il PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela), ricordiamo, è l’asse portante della coalizione di governo.

10 Mark Weisbrot : In ¿Tiene arreglo la economía de Venezuela? https://www.alainet.org/es/articulo/180800 del 7.10.2016. Fonte: Le Monde diplomatique, ediz. in spagnolo, 29 settembre 2016. Traduzione del sottoscritto, come pure le altre traduzioni che seguiranno quando estratte direttamente da testi in lingua spagnola.

12 Manifestazioni simili, col nome appunto di guarimbas, erano già state organizzate nel 2004, sotto Chávez, con un bilancio di circa 100 morti.

13

14 In questi giorni Lander, intellettuale di prestigio che ha seguito da vicino il processo bolivariano fin dal suo inizio, ha pubblicato un saggio dal titolo Venezuela: la experiencia bolivariana en la lucha por trascender al capitalismo che è di grande interesse per i suoi contenuti.

15 Che però si era dichiarata in fase di non collaborazione al governo … .

16 http://brecha.com.uy/, pubblicato in italiano sul sito antoniomoscato.altervista.org col titolo L’assemblea costituente madurista (6.08.17).

17

18 Di particolare ferocia nel maggio scorso il linciaggio di Orlando Figuera, pugnalato e bruciato vivo. Egli era un giovane venditore ambulante che alla domanda dei manifestanti se era chavista aveva risposto di si.

19 Dottore in Studi Latinoamerican alla Universidad Complutense di Madrid (UCM) e professore al Dipartimento di Antropologia Sociale all’Universidad del País Vasco / Euskal Herriko Unibertsitatea (UPV/EHU).

20 Cosa particolarmente odiosa è la pratica adottata ultimamente dai manifestanti dell’opposizione che gettano contro le forze dell’ordine scatole contenenti escrementi umani, fatto che le demoralizza particolarmente.

22 Alejandro Velasco “Venezuela: ¿por qué no «bajan» de los cerros?”. Velasco è docente di storia alla New York University e autore del libro “Barrio Rising. Urban Popular Politics and the Making of Modern Venezuela”, nuso.org/articulo/venezuela-por-que-no-bajan-de-los-cerros.

23 La Costituzione del 1999 aveva esteso a 5 i poteri fondamentali dello Stato, aggiungendo ai Poteri esecutivo, legislativo e giudiziario anche il Potere cittadino e il Potere elettorale dei cittadini.

24 Gennaro Carotenuto ad es. in aprile ha scritto sul suo blog: <<A me pare che la dubbia, sicuramente controproducente, ma probabilmente inevitabile decisione del Tribunale Supremo di Giustizia (che per l’opposizione sarebbe asservito al governo), chiarisca a chi è onesto e in grado di prendere atto della complessità, che non sia l’esecutivo autore di un colpo di stato, ma il legislativo, controllato dall’opposizione dal dicembre 2015, ad avere, autoparalizzandosi fin dall’inizio, prodotto una situazione insolita e intollerabile in un sistema democratico: quella di un potere avente come unico obiettivo l’abbattimento di un altro, perseguendo il “tanto peggio” per il paese.>> Sul Venezuela, guardando le cose dal basso, gennarocarotenuto.it.

25 Moscato A., Tecniche sperimentate di disinformazione, http://www.antoniomoscato.altervista.org., 10.08.2017.

27 Ricercare: La revolución no será televisada oppure teletransmitida

28 In realtà un’indagine resa nota da alcune università venezuelane denuncia un calo medio del peso della popolazione adulta di 5/6 kg mentre la mortalità infantile è schizzata dal 10 al 20% e, questa non è stata una bella cosa, che la ministra della salute che aveva comunicato questo dato è stata per ciò esonerata.

29 L’esercito ha più di 100mila effettivi, a cui si sommano le milizie civili filogovernative che contano alcune centinaia di migliaia di aderenti e ancor più numeroso è il numero di venezuelani che possiedono armi da fuoco.

31 Sanciones más severas contra Venezuela solo agravarían la crisis, 7 agosto 2017 El pizarrón de Fran.

32 Vedi nota 21.

33 Ibidem.

34 Antonio Moscato, Ma che strano socialismo … , antoniomoscato.altervista.org

35 Caso non unico in America Latina: Arbenz (Guatemala anni 1951/1955), Alvarado (Perù, anni ’70), Torres (Bolivia, 1970/1971).

36 Vedi la prima parte di questo testo.

37 Le opinioni sui militari venezuelani sono disparate. Il sociologo messicano Gilberto López y Rivas, esperto delle relazioni fra militari statunitensi e militari latinoamericani, scrive: <<Visionario, come era Chávez, immaginò nell’unità civico-militare, la modernizzazione della FANB (Fuerza Armada Nacional Bolivariana, nda), l’acquisto di armamenti di nuova generazione (in parte consistente in Russia per non dipendere per i ricambi dagli Stati Uniti, nda), la creazione delle milizie e l’incorporamento della strategia di guerra di tutto il popolo alla sua dottrina militare, la possibilità di portare a termine una rivoluzione di orientamento apertamente socialista con mezzi pacifici e democratici.>>, da En defensa de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana, http://www.jornada.unam.mx/2017/08/25/opinion/024a2pol. La tragica esperienza di Allende in Cile aveva insegnato qualcosa.! Altri parlano invece di vasta corruzione nei vertici della FANB.

38 Operante per varie decadi a Panama e oggi ribattezzata diplomaticamente “Istituto dell’Emisfero Occidentale di Cooperazione per la Sicurezza”, fu trasferita nel 1984 a Fort Benning in Georgia, da cui sono usciti un gran numero di militari golpisti nei rispettivi paesi latinoamericani. Nel web sono reperibili i suoi manuali di tortura e di contro-insurrezione.

39 11 tesis sobre Venezuela y una conclusión escarmentada … blogs.publico.es/…monedero/…/11/11-tesis-sobre-venezuela-y-..

40 Il Sistema Nacional de Misiones è una serie di programmi sociali sviluppati a partire dal 2003 destinati a concretizzare obiettivi specifici di avanzamento sociale. La prima e più importante fu la Mision Barrio Adentro per strutturare un sistema di assistenza medica capillare. Seguirono la Mision Robinson per l’alfabetizzazione totale del paese e così via. Le Misiones coprirono una serie di obbiettivi sociali, economici, politici, scientifici. Per superare le inerzie di una burocrazia inefficiente e corrotta la loro realizzazione non fu affidata ai ministeri competenti ma all’esercito, con il coinvolgimento dei cittadini stessi.

41 Il cambio amministrato è stabilito in 10 bolivar per dollaro per importazioni di alimenti di base (alimenti per i quali il paese dipende per il 70% dalle importazioni!), e in 700 bolivares per dollaro nel cosiddetto sistema marginal de devisas. Infine nel mercato nero (mercado paralelo) oggi il dollaro vale 5.000 bolivares. Questo incrementa le cosiddette Empresas del maletín (i maletín sono le valigette dei manager), dove si ottengono dollari a 10 bolivares falsificando attestati di importazione di beni primari e rivendendo poi sul mercato parallelo. Vedi Stefanoni, nota 26.

42 Una documentazione ricca e precisa di queste politiche economiche estrattiviste suicide è disponibile sia nel libro di Pablo Davalos, ‘Democrazia Disciplinare. L’altra faccia del progetto neoliberista’ che quello di Zibechi ‘La nuova corsa all’oro’, entrambi pubblicati da Mutus Liber, Riola (BO), 2016.

43 Stimate in ottanta miliardi di barili nel 2004, oggi risultano salite a 298.

44 Proprio nei giorni scorsi è stato inaugurato il primo impianto di estrazione del coltan, minerale raro e indispensabile per l’industria elettronica, per disporre del quale il Congo soffre da anni guerre terribili e occultate.

45 <<Lo stesso presidente Maduro afferma che tra imprese fittizie e importazioni fantasnma sono spariti 250 miliardi di dollari>> (Luis Britto García, citato da R. Zibechi, http://brecha.com.uy/)

46 Vedi: Tecniche sperimentate di disinformazione, sul sito di Antonio Moscato.

47 Saab rivestiva precedentemente la carica di Difensore del Popolo, cioè di investigatore, difensore e supervisore delle denunce su eventuali violazioni dei diritti umani.

49 L’Assemblea Nazionale a maggioranza mudista ha infatti eletto una nuova TSJ, alcuni membri del quale sono fuggiti in Argentina dove, a quanto pare, hanno iniziato a operare in concorrenza con il TSJ chavista, rimasto in carica.

50 Per un approfondimento vedi sul sito di Antonio Moscato un altro testo di Lander: L’Assemblea costituente madurista, antoniomoscato.altervista.org/index.php?…edgardo-lander-lassemblea-costituente-ma…

51 Tomás Helmut Straka Medina (25 ottobre 1972), è venezuelano ed è docente di Storia e ricercatore presso la Andrés Bello Catholic University; è autore, tra vari lavori e saggi, di La Voz de los Vencidos (2000), Hechos y gente, Historia contemporánea de Venezuela (2001), Un Reino para este mundo (2006), La épica del desencanto (2009), La república fragmentada. Claves para entender a Venezuela (2015.

52 In realtà non si tratta, salvo errore, di giudici in carica nel TSJ, salvo il caso della Ortega (‘esiliata’ o ‘andata in esilio’?) ma di alcuni dei 13 nuovi giudici eletti dall’Assemblea a maggioranza ‘mudurista’, secondo le competenze che le spetterebbero. 8 di questi hanno creato un TSJ alternativo all’estero che avrebbe già compilato un elenco con un centinaio di nomi legati al Governo accusati di corruzione.

53 Vedi su antoniomoscato.altervista.org/

54 Ora sappiamo che le elezioni per i Governatori si terranno il prossimo 15 ottobre ma disgiunte da quelle delle relative assemblee che si terranno probabilmente entro la fine dell’anno.

55 Ancora Straka: <<Né nella conferenza stampa del 30 luglio, né nell’assemblea in cui si presentarono insieme dirigenti dell’opposizione e dissidenti chavisti il 5 agosto, si erano fatte dichiarazioni che indicassero un indirizzo chiaro da seguire. Al contrario, l’annuncio della partecipazione alle elezioni amministrative di dicembre aveva disorientato i loro seguaci ancora di più: dopo aver dichiarato illegali il governo e la commissione elettorale, e dopo aver proclamato che quanto avvenuto il 30 luglio era stata una frode, partecipare alle elezioni [comunali e regionali] organizzate da quelle stesse autorità governative ed elettorali è stato ritenuto, come minimo, il tacito riconoscimento di entrambe e, di fatto, una capitolazione. Una decisione basata su argomenti così “forti” come quello di non lasciargli liberi tutti gli spazi meriterebbe perlomeno di essere presentata meglio politicamente.>> Da notare come ben diverse fossero le previsioni di questo articolista appena due mesi prima in El chavismo opositor, la protesra social y la crisis venezolana, nuso.org/…/el-chavismo-opositor-la-protesta-social-y-la-crisis-v…

56Le sanzioni di Trump inoltre sono illegali secondo la legge statunitense e quella internazionale. Violano la Carta dell’Organizzazione degli Stati Americani (Capitolo 4, Articolo 19) e altri trattati internazionali che gli Stati Uniti hanno firmato”.

57 Las sanciones causarán más daño, Página12 https://www.pagina12.com.ar/59747-las-sanciones-causaran-mas. Da notare che Weisbrot non esclude che Trump possa aver preso questa decisione per alleggerire le pressioni dei suoi oppositori statunitensi in un periodo non particolarmente felice per il suo governo.

58 Da L’Antidiplomatico, Fabrizio Verde, 2 settembre 2017. “Lilian Tintori, le indagini e una domanda: chi finanzia i suoi viaggi?” <<Secondo un approfondimento giornalistico del quotidiano venezuelano Últimas Noticias, realizzato nel 2016, Tintori avrebbe realizzato ben 55 viaggi all’estero, percorso 125 mila chilometri, visitato 20 paesi e speso oltre 5 milioni di dollari fino al momento della pubblicazione. Interrogata circa la provenienza dei fondi necessari a realizzare tale frenetica attività in giro per il mondo, la donna risponde in maniera evasiva, parlando di non meglio specificati venezuelani residenti all’estero. Il governo venezuelano, invece, la accusa di essere finanziata da fondazioni private, governo degli Stati Uniti e governi europei.

59 ALBA, Alternativa bolivariana per l’America Latina: un accordo di cooperazione politica, sociale ed economica tra alcuni paesi dell’America Latina e caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba, alternativo alla competitività e dipendenza dei Trattati di Libero Scambio.

60 Vedi il dettaglio, comprese le percentuali dei votanti, su Historial del índice de partecipación en votaciones venezolanas in La Jornada, 1 di agosto 2017, p.21

n.8/2017 del 29 settembre 2017

A CURA DI ALDO ZANCHETTA

 

Questi documenti sono diffondibili liberamente, interamente o in parte, purché si citi  la fonte

PROSEGUENDO LA RIFLESSIONE SUL VENEZUELA

La decisione personale in un mondo dominato dalla comunicazione” fu il tema che Ivan Illich scelse per inaugurare, il 4 ottobre 2002, l’anno della Scuola per la Pace della Provincia di Lucca. Un tema, come annunciò, sul quale avrebbe lavorato nei seguenti tre anni. Il suo sguardo lungo vedeva con preoccupazione la crescente invasione della comunicazione a scapito dell’informazione e la conseguente paralisi della capacità delle persone di decidere e quindi di fare scelte di campo in un mondo globalizzato soggetto al potere di una elite ristretta, padrona del “latifondo comunicativo globale”. La comunicazione è oggi una delle armi della “dominazione a spettro globale” che ha nel “caso” Venezuela l’esempio più significativo1.

La ‘comunicazione’ sul Venezuela oggi è ad un livello di disinformazione intollerabile, pari solo a quella relativa al Medio Oriente. Per questo un valente giornalista latinoamericano ha recentemente titolato così un suo servizio: Venezuela: !No creer ni el 1% de lo que se dice!.2 Il cittadino non completamente rimbambito da questo frastuono mediatico si dovrebbe chiedere: perché sul Venezuela tanto baccano mediatico per i “diritti umani violati”, mentre si tace sulle più gravi notizie che (non) giungono ad es. dal Messico e dalla Colombia?

Messico : <<… il documento statistico del 30 di aprile del Sistema Nazionale di Sicurezza Pubblica del Ministero degli Interni […] contiene i dati ufficiali più recenti disponibili, trentaduemiladuecentodiciotto persone risultano desaparecidos (scomparse); vale a dire 2301 di più di quelle che si trovavano in questa condizione alla stessa data dello scorso anno, allorché si registrarono più di 10 vittime al giorno per questo delitto>> (La Jornada del 30 agosto 2017). Questo numero non include gli emigranti illegali che attraversano il paese per tentare di entrare negli Stati Uniti e le vittime di un eccidio continuato delle quali è noto il nome e quindi sono solo morte, non desaperecidas.

Colombia: << … paese dove sono stati assassinati tremila dirigenti sindacali negli ultimi 30 anni (una media di 100 all’anno […] In questo paese sono stati assassinati circa 200 dirigenti sociali e popolari negli ultimi due anni. […] In questo paese è in atto un femminicidio aperto contro le donne povere e lavoratrici, 400 delle quali sono state assassinate nel corso del primo semestre del 2017 […] In questo paese, secondo le denunce di Amnesty Internacional di fine aprile 2017, è in corso una “ondata di omicidi di indigeni” […] In questo paese sono stati assassinati più di 500 difensori dei diritti Umani negli ultimi 10 anni, 80 dei quali nel 2016. In media uno ogni quattro giorni. In questo paese sono stati assassinati 107 ambientalisti nel 2016 […] In questo paese è presente il maggior numero di rifugiati (“desplazados”) interni di tutto il mondo, dato che secondo informazioni del Consiglio Mondiale per i Rifugiati, fino al dicembre del 2016 si erano espulse dai loro territori e luoghi di residenza 7,2 milioni di persone, superando paesi come Irak, Siria, Sudan o Libia>>. Renan Vega Cantor El pais que es punta de lanza de la agresion contra Venezuela, http://www.rebelion.org/noticia.php?id=228727

Cosa succede in Venezuela?

E’ una domanda che oggi mi fanno persone che mai si sono occupate di questo paese ma che oggi sono bombardati di preudo-informazioni su questo “paese canaglia” dal sistema mediatico.

Non è mia intenzione raccontare “la verità sul Venezuela”, come su un blog frettolosamente è stato etichettato un mio recente intervento sull’America latina, dove del Venezuela parlavo solo di sfuggita. Ovviamente, per capire oggi da lontano le vicende latinoamericane, ho i miei referenti selezionati nel tempo. Ma, ahi me, questa volta essi sono schierati su posizionidiversificate, a seconda della priorità che danno all’uno o all’altro aspetto della questione. Così, chi ha creduto e sperato nel successo del progetto bolivariano e ne vede le derive, stigmatizza duramente l’operato del governo Maduro. Chi vi ha creduto e invece non le vede, vede in Maduro il nobile continuatore del progetto. In particolare chi conosce la tribolata storia dell’America latina ed ha coltivato un giustificato rancore verso il paese che vede nella regione il proprio “cortile di casa”, individua nella sua nuova intrusione la causa di tutto, mettendo fra parentesi quadra il resto. Per cui, in questo bailamme di voci, per arrivare alle mie conclusioni, che non sono ovviamente infallibili, ho dovuto leggere decine di articoli, incrociarne il contenuto e vagliarli.

E’ con questa consapevolezza della complessità di ciò che sta accadendo nel paese che scrivo queste note per il Mininotiziario dal basso sull’America Latina. Sono di nuovo lungo e sovrabbondante di note e riquadri integrativi, come nella precedente prima parte (www.kanankil.it), e questo ne scoraggerà la lettura. Ma, mi chiedo, come può un lettore comune che voglia capire e che non sia già un ‘esperto’ di Venezuela, farsi una propria idea leggendo articoli dove si parla di MUD o di comunas, di ‘referendum revocatorio’ oppure di poveri che non scendono (o scendono) dai cerros, di coletivos o di motorizados, senza chiarire di che in realtà si sta parlando?

Ma il gioco (questo lungo documentarsi che prosegue quotidianamente) vale la candela? Penso di si, perché il caso venezuelano è esemplare per due aspetti:

  • Uno: è l’occasione per approfondire una volta di più le tecniche con cui il sistema che ci domina e ci controlla imbriglia costantemente le nostre menti grazie al suo “latifondo mediatico globale” (Uharte) e quindi per tenere sveglie le nostre difese.

  • Due: non è solo il capitalismo che imbriglia le menti ma anche la retorica di una ‘sinistra’ che spiega tutto con paradigmi ingessati (le colpe degli Stati Uniti, ad es., che certo sono tante, tantissime) evitando un’autocritica salutare degli errori commessi. E poiché in qualche modo alla sinistra ritengo di fare riferimento, non mi è indifferente come essa si muove.

Cercare di analizzare correttamente le cose serve a posizionarci il più correttamente possibile nel fluire delle vicende politiche globali che ci coinvolgono tutti, volenti o nolenti. E’ una questione di dignità personale.

Riprendo dunque con notevole ritardo la riflessione iniziata a luglio partendo dal punto dove la avevo lasciata.

2013: l’’annus horribilis del Venezuela

Il 2013 è stato per il Venezuela l’annus horribilis segnato dalla morte di Chávez e dal crollo del prezzo del petrolio (da oltre 100$ al barile a circa 40), quindi da una grave perdita polita seguita da una grave crisi economica. Nella prima parte di questi appunti era stato ricordato il ruolo centrale che il petrolio -la cui esportazione procura circa il 93% delle entrate di valuta estera del paese e circa il 55% delle entrate fiscali totali- gioca nelle vicende di un paese viziato da questa ‘rendita’ facile e la cui ripartizione è stata ed è al centro delle lotte politiche interne. Ma il petrolio venezuelano è anche un boccone appetitoso per il caimano a stelle e strisce che vive al Nord e che considera l’area centroamericana e caraibico il proprio “cortile di casa” nel quale non si muove foglia che esso non voglia. Esaminando la cartografia delle basi militari statunitensi nella regione, il Venezuela, come pure Cuba, è completamente circondato da basi militari statunitensi3. Venezuela e Colombia sono i paesi cerniera fra il Centro America e il Sudamerica. La confinante Colombia è stata teatro di una guerra interna cinquantennale fra Governo e FARC (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), da poco conclusa con un problematico accordo di pace, ma ospita da tempo ben 7 basi militari statunitensi … .4

Se all’inizio del XXI secolo la pressione statunitense nella regione si era alleggerita, oggi, nella mutata situazione geopolitica che registra l’incipiente nascita di un mondo multipolare e la conseguente lotta per la riconfigurazione delle zone di influenza dei grandi attori mondiali, appare chiaramente come gli Stati Uniti vogliano “rimettere ordine” in questa dependance dove in particolare li infastidisce la sempre più ingombrante presenza della Cina (e un po’ anche della Russia) che è diventata la principale partner commerciale di molti paesi della regione.5 È all’interno di questo grande gioco che vanno letti i mutamenti in atto in America latina, dal Brasile all’Argentina più a sud fino al Messico più a Nord. Gli Stati Uniti non hanno mai accettato che il Venezuela, grande riserva petrolifera mondiale6, potesse ricostruire un’effettiva sovranità nazionale, come dimostrano il (fallito) colpo di Stato contro Chávez da loro patrocinato nel 2002 e il successivo grande paro (sciopero) petrolifero nazionale che rischiò di mettere in ginocchio l’economia venezuelana7. Cose di cui abbiamo parlato nella prima parte.

Una successione difficile

Prima di morire, Chávez aveva indicato come candidato alla successione Nicolás Maduro, un ex-sindacalista suo stretto collaboratore (Ministro degli esteri dal 2006 al gennaio 2013 e Vicepresidente dall’ottobre 2012 al 5 marzo 2013, giorno in cui aveva assunto la presidenza ad interim del paese per la morte del Presidente). Le elezioni presidenziali, tenutesi poco più di un mese dopo in un clima di forte emotività, videro Maduro vincitore per soli 200mila voti di scarto (7.587.579 contro 7.363.980) sul suo rivale, Henrique Capriles Radonski candidato dell’opposizione di destra riunita sotto le insegne del MUD (Mesa de la Unidad Democratica). Nel corso dell’anno il paese dovette affrontare le conseguenze del crollo del prezzo del petrolio, che molti considerano essere la causa sostanziale della crisi economica del paese. In realtà questa crisi era già iniziata nel 2012, con Chávez vivo e con il prezzo del petrolio ancora superiore ai 100 $ al barile, ma evidentemente la caduta del prezzo del petrolio la aggravò fortemente. L’economista statunitense Mark Weisbrot8, che da tempo segue le vicende economiche venezuelane in modo che ritengo attendibile, scrive:

Con riferimento alla spirale della caduta economica degli ultimi tre anni, essa era inevitabile? Ed è reversibile fino a quando il PSUV9 non perda il potere? Per dare una risposta a questi interrogativi dobbiamo valutare come il Venezuela è giunto a questa situazione e come potrebbe uscirne. Nel corso dell’autunno del 2012 e di nuovo nel febbraio del 2013 il governo ridusse bruscamente la disponibilità di valuta estera. Fu in queste circostanze che iniziò la scarsità di prodotti basici, contemporaneamente all’aumento dell’inflazione e del prezzo del dollaro sul mercato nero parallelo. Il tasso ufficiale di cambio, al quale il Governo vendeva gran parte dei dollari derivanti dalla vendita del petrolio, era di 6,3 bolivares forti (Bs) per dollaro, ma il mercato parallelo esisteva già e la scarsità di dollari a tasso ufficiale ne spinse il rialzo. Il prezzo più elevato del dollaro su questo mercato fece salire l’inflazione dato che faceva crescere il prezzo dei beni importati10.

Addossare quindi tutte le responsabilità della presente situazione al governo Maduro, individuando la causa della crisi nel solo basso prezzo del petrolio, non è perciò corretto. Egli ha ereditato una situazione già pesante, cui contribuisce certamente anche il suo minor carisma rispetto a quello sicuramente straordinario del suo predecessore.

L’opposizione contro Maduro

Nonostante la correttezza del processo elettorale con cui Maduro era stato eletto, l’opposizione da subito dichiarò di volerne la salida (uscita di scena). Nel febbraio del 2014 essa intensificò le manifestazioni contro il governo, iniziate già a fine 2013 nella città di Merida ed estesesi poi ad altre città fino a giungere nel febbraio 2014 nella stessa capitale. Dal febbraio al giugno il paese visse la stagione violenta delle guarimbas (chiusura di strade cittadine seguite da azioni violente sulle persone al loro interno nonché da distruzione di edifici pubblici, con danni valutati a 10 miliardi di $)11. Il saldo in vite umane fu pesante: 43 morti (fra essi oppositori, sostenitori del governo e componenti della Guardia Nazionale), centinaia di feriti e migliaia di arrestati. Nel corso di dette guarimbas i sostenitori del governo, con l’aiuto di questo, avevano organizzato a loro volta contro-manifestazioni che in alcuni casi avevano portato a gravi scontri fra le due opposte fazioni.12

L’opposizione aveva motivato queste manifestazioni di protesta con la crescente scarsità di generi alimentari e di medicamenti, la vicinanza politica con Cuba di cui si contestava l’influenza sul governo, l’estesa corruzione e l’insicurezza nelle strade. In realtà queste due ultime erano endemiche nel paese, fin dai tempi che la parte più benestante dell’opposizione rievoca oggimitizzandoli. In questo clima si arrivò alle elezioni per il rinnovo del Congresso, svoltesi nel dicembre 2015, quando l’opposizione trionfò con 7.707.422 voti contro i 5.599.025 del Polo Patriotico, la coalizione dei partiti governativi. Il MUD conquistò così 112 congressisti, grazie al complesso meccanismo di conversione dei voti in seggi parlamentari, lasciandone solo 55 alla coalizione di governo. 112 congressisti corrispondono esattamente alla maggioranza qualificata dei 2/3 e includono anche quella dei 3/5, proporzioni che entrambe, secondo la Costituzione, consentono all’opposizione di limitare sensibilmente il potere del Presidente (vedi riquadro). La lotta si trasferì allora dalle strade al piano istituzionale, con il proposito di destituire Maduro a mezzo del referendum revocatorio (vedi riquadro) o della riduzione della durata del suo incarico presidenziale tramite la riforma della Costituzione. Il referendum revocatorio, le cui procedure ebbero inizio col consenso del CNE (Consejo Nacional Electoral), alla fine non ebbe luogo per le dilazioni e infine la sospensione decise dallo stesso CNE aventi come motivazione la denuncia di frodi nella raccolta delle firme necessarie fatta da tribunali di cinque stati.13

La maggioranza qualificata dei 2/3 consente all’Assemblea Nazionale di modificare le cosiddette “leggi organiche” (ad es sul controllo dei prezzi e dei cambi), promuovere una riforma costituzionale o una Assemblea Costituente, rimuovere il vertice del Tribunale Supremo di Giustizia (TSJ) e altri poteri pubblici). Già con la maggioranza dei 3/5 può bocciare le cosiddette “leggi abilitanti” di emanazione presidenziale, destituire membri del Consiglio Nazionale Elettorale (CNE), previo pronunciamento del TSJ, approvare mozioni di censura a ministri e al vicepresidente. Considerando che 112 parlamentari coincidono esattamente coi 2/3, si può dedurre la criticità della decisione del TSJ di annullare l’elezione di tre congressisti indigeni nello Stato di Amazonas per presunte (ma con prove consistenti) frodi elettorali e dove dei tre eletti due appartengono al MUD. La ripetizione delle elezioni in questo Stato, se vedesse i parlamentari del MUD calare da 2 a 1, non darebbe più al MUD la maggioranza dei due terzi. Si capisce quindi l’importanza della disputa. Contravvenendo alla decisione del TSJ, che aveva invalidato le elezioni in detto Stato, il Congresso convalidò l’elezione dei tre deputati in questione, aprendo un grave scontro fra realtà istituzionali regolarmente elette (Presidente e Congresso). Il TSJ reagì dichiarando illegittimo il parlamento e dichiarando una sua Sala Costituzionale come facente funzione dell’Assemblea legislativa fino a che durasse questa situazione.

In realtà la crescita del MUD rispetto alle precedenti presidenziali fu di soli 350mila voti, tenuto anche presente che nel frattempo il corpo elettorale era aumentato di circa 500mila unità. Ma il fronte governativo perse circa 2 milioni di voti, rifluiti nell’accresciuto assenteismo a conferma di un malessere già apparso nelle precedenti ultime votazioni. In questo numero sono probabilmente compresi molti dei potenziali voti dello “chavismo di sinistra”, la cui esistenza è ignorata dai grandi media e di cui parleremo meglio dopo, ovvero di una corrente del PSUV. Tale corrente, costituitasi col nome Marea Socialista, venne espulsa dal partito a fine 2014. Successivamente essa si vide rifiutare dal CNE (Consejo Nacional Electoral) l’autorizzazione a costituirsi in partito registrato e quindi non poté presentarsi a queste elezioni. In effetti il governo aveva emanato una nuova legge molto più restrittiva per poter essere iscritti nel registro dei partiti politici abilitati, cosa che aveva messo fuori gioco anche altri partiti minori già esistenti. Una considerazione mi pare inevitabile: cosa direbbero i sostenitori nostrani ‘senza sé e senza ma’ di Maduro se in Italia venisse adottato un simile provvedimento?

Il referendum revocatorio è stata una delle innovazioni democraticamente più rilevanti introdotte dalla Costituzione del 1999 il cui Articolo 72 recita così: “Tutti gli incarichi e magistrature di elezione popolare sono revocabili. Trascorsa la metà del periodo per il quale fu eletto il funzionario o la funzionaria, un numero non inferiore al 20% degli elettori o elettrici iscritte nella circoscrizione corrispondente potrà richiedere la convocazione di un referendum per revocare il suo mandato. Quando un numero uguale o maggiore di elettori o elettrici che elessero il funzionario o funzionaria avessero votato a favore della revoca, purché al referendum abbia partecipato un numero di elettori o elettrici uguale o superiore al 25% degli elettori o elettrici iscritti o iscritte, il suo mandato verrà considerato revocato e si procedere all’immediata sostituzione in conformità a quanto disposto da questa Costituzione e dalla legge. La revoca del mandato relativo ai corpi collegiali verrà realizzata in accordo con quanto stabilito dalla legge. Durante il periodo per il quale fu eletto il funzionario o la funzionaria non potrà essere presentata più di una richiesta di revoca del suo mandato”. Il referendum revocatorio, che comprende la stessa carica di Presidente della Repubblica, fu esercitato contro Chávez ma fu perso. Il referendum revocatorio, innovazione costituzionale democraticamente interessante, è stato inserito successivamente anche nelle Costituzioni di Ecuador e Bolivia.

Conflitto fra Istituzioni dello Stato

Con la sconfitta nelle elezioni per il rinnovo del Congresso si aprì una fase di forte conflittualità fra le Istituzioni dello Stato. La mancata esecuzione del referendum revocatorio contro Maduro, l’opposizione del governo alle modifiche della Costituzione, il rinvio delle elezioni regionali previste costituzionalmente a fine 2016 e infine la “disabilitazione” dalle sue funzioni dell’Assemblea legislativa giustificarono l’accusa al Governo di violare la Costituzione. Scrive Edgardo Lander14, professore emerito di scienze sociali all’Universidad Central de Venezuela, chavista critico oggi schierato contro il governo Maduro:

Si comincia allora a prendere una serie di misure che vanno sostanzialmente allontanando il governo dalla Costituzione bolivariana: viene cancellato il referendum di revoca che si era celebrato come una delle principali conquiste della democrazia partecipativa; si rinviano le elezioni dei governatori, che si sarebbero dovute obbligatoriamente tenere nel dicembre del 2016; si nominano, in modo incostituzionale, i membri del TSJ e del CNE; infine, misconoscendo per la prima volta i risultati di un’elezione popolare, tramite il TSJ il governo dichiara in stato di rivolta [quindi sciolta di fatto] l’Assemblea Nazionale e ne distribuisce le competenze costituzionali tra l’Esecutivo e lo stesso TSJ (Tribunal Supremo de Justicia). Dal febbraio 2016 il presidente Maduro ha governato basandosi su poteri auto-attribuitisi di stato d’emergenza, senza tener conto per questo dell’avallo costituzionale richiesto dell’Assemblea Nazionale15, e per un periodo molto superiore a quello massimo consentito dalla Costituzione.16

Interventi per il superamento di questa paralisi istituzionale avevano già visto negli anni precedenti tentativi di mediazione sia da parte del’Unasur (Unione dei paesi sudamericani), di papa Francesco e dell’ex-capo del governo spagnolo Rodríguez Zapatero, quest’ultimo non certo simpatizzante del governo venezuelano, ma essi non avevano avuto successo data la rigidità dell’opposizione che pensava allora di giungere alla salida di Maduro grazie all’aggravarsi della scarsità di generi alimentari e il conseguente sperato acuirsi delle proteste popolari che avrebbero potuto portare alla caduta del Governo, anche grazie al possibile venir meno ad esso dell’appoggio dei militari. L’appello di papa Francesco e l’intervento di Zapatero si sono riproposti in questi giorni, visto il recente mutato atteggiamento dell’opposizione, di cui diremo dopo.17

La Salida II

È in questo quadro di alta conflittualità fra realtà istituzionali che, nelle manifestazioni di protesta svoltesi nelle principali città del paese fra aprile e luglio scorsi, si sono verificati nuovamente gravi episodi di violenza verso persone e cose, con un saldo di ben centoventi morti18. Violenze delle quali ciascuna delle due parti ovviamente addebita all’altra le responsabilità. Da mesi i media internazionali stanno trasmettendo della situazione un resoconto sorprendentemente uniforme e scandalosamente unilaterale, demonizzando il governo e i suoi sostenitori e fra questi in particolare i coletivos o motorizados (vedi riquadro).

Circa la vera natura di queste manifestazioni violente Luismi Uharte19 scrive:

Alla spiegazione più strettamente economica (della crisi, nda) si devono aggiungere una serie di chiavi tanto dell’ambito politico che di quello militare, per comprendere in tutta la sua complessità la disputa fra i diversi gruppi di potere. L’opposizione di destra raccolta intorno alla MUD opera in chiave politico-militare, malgrado che la sua facciata pubblica sia quella di una coalizione tradizionale di partiti. Sebbene vi siano settori, minoritari, che non condividono gli orientamenti più estremisti, attualmente la linea dominante è imposta dai gruppi più estremisti e violenti, una realtà sistematicamente tenuta nascosta dal latifondo mediatico globale. L’attuale scommessa per ripetere La Salida è l’evidenza più chiara, Saremmo di fronte a una salida reloaded’ (potenziata, nda) (Wollenweider) o Salida II, però più sofisticata. L’obiettivo evidente è provocare il maggior numero di morti e cercare, grazie alla grossolana manipolazione dei mass media internazionali, di incolpare il governo e giustificare una sollevazione dell’esercito o un intervento esterno. 20 La Salida II in prima istanza combina un volto pacifico di giorno, con manifestazioni convenzionali, e una violenza estrema di notte provocate da bande criminali assoldate. La violenza alterna la distruzione di istituzioni pubbliche a assassinii selettivi […] A questo si aggiunge il sabotaggio del servizio elettrico. In sintesi pratiche tipiche di una guerra asimmetrica. 21

Su chi sono e da che parte stanno i coletivos, sintetizziamo una descrizione che ne fa Alejandro Velasco in un articolo complessivamente interessante.22 In genere per i grandi media essi sono una realtà uniforme, filogovernativa e violenta. Velasco ne individua invece tre tipologie

Una prima è composta da gruppi discendenti dalle guerriglie antigovernative degli anni 60-80. Essi sono ben organizzati, disciplinati, motivati ideologicamente ed operano contro gruppi delinquenziali, numerosi nel paese. Secondo Velasco sono <<gruppi che si sono però anche scontrati con l’apparato statale chavista, e a suo tempo con lo stesso Chávez, ogni qualvolta essi hanno criticato la mancanza di impegno ideologico dell’elite governativa nell’ambito della corruzione galoppante e hanno rivendicato la propria autonomia rispetto all’ordine gerarchico del PSUV.>>

Una seconda comprende gruppi nati fra il 2007 e il 2012, in piena auge chavista, prendendo come modello la precedente, sviluppando funzioni analoghe di difesa in spazi molto ridotti unitamente a un lavoro sociale, ma la loro posizione ideologica è molto più legata al “socialismo del secolo XXI”, al chavismo dal quale essi sono meno autonomi. Con le crescenti difficoltà economiche e la minore motivazione ideologica dei precedenti alcuni di essi sono sconfinati in attività delinquenziali.

Una terza tipologia infine riguarda gruppi definiti da Velasco ‘coletivos mascherati’, nati nell’ambito della cosiddetta Operazione per la Liberazione del Popolo (OLP), in base alla quale forze speciali di polizia entrano nei barrios per disarticolare supposte bande criminali, azioni che spesso terminano con uccisioni e che utilizzando la collaborazione di questi coletivos. Questi sono quelli che Velasco indica come gli autori di violenze che i media attribuiscono a tutti i coletivos indistintamente. Essi vengono anche chiamati motorizados perché spesso si muovono in motocicletta. Contro di essi, in occasioni di scontri con i gruppi violenti di opposizione, questi usano stendere fra i due lati delle strade fili di acciaio poco visibili ad altezza delle gole dei motorizados, con conseguenze facili da immaginare. Possiamo aggiungere che l’esercito da parte sua non vede di buon occhio i coletivos in generale perché in essi sono numerosi i portatori di armi non denunciate.

[Velasco è docente di storia alla New York University e autore del libro “Barrio Rising. Urban Popular Politics and the Making of Modern Venezuela”, Brano tratto dall’intervista reperibile su nuso.org/articulo/venezuela-por-que-no-bajan-de-los-cerros. ]

Maduro, un “feroce dittatore”?

Un’osservazione mi pare opportuna: il conflitto fra Istituzioni23 legato alle violazioni della Costituzione prima ricordate sono in alcuni casi forse discutibili, come il potere del Presidente di indire tout court elezioni per una nuova assemblea Costituente,24 ma in altri evidenti, Mi pare ragionevole l’osservazione che, finché esiste conflitto aperto fra Istituzioni, non si può parlare di dittatura, come invece molti tentano di accreditare, come del resto attestano sia la tuttora intatta libertà dei media (giornali, TV) posseduti in gran parte dall’opposizione, sia la possibilità questa di manifestare per le strade e le piazze con continuità.

Così Lander, nel testo già citato, parla di “allontanamento” dalla Costituzione, non di “dittatura”. E anche Antonio Moscato, certo non tenero con Maduro, riconosce che la sua <<Non è una dittatura, ma un regime fragile e corrotto>>.25 Il giornalista Pablo Stefanoni, altra voce critica del Governo Maduro, dal canto suo scrive: <<Senza dubbio il Venezuela non è una dittatura. Presenta elementi di “democrazia autoritaria” come Viktor Orban in Ungheria o Vldimir Putin in Russia, ma a differenza di questi ha perso la capacità di vincere elezioni. La particolarità del Venezuela è di essere una sorta di “autoritarismo caotico.>>26

Sul fronte opposto naturalmente si dà una versione opposta del personaggio, forse con qualche sopravalutazione: “Maduro, un fuera de serie” (Angel Guerra Cabrera, @aguerraguerra https://www.alainet.org/es/articulo/187603)

Avete visto La rivoluzione non verrà teletrasmessa?

Nel 2002 la britannica BBC aveva inviato due suoi operatori irlandesi in Venezuela per girare un documentario sulla situazione esistente nel paese. Il caso volle che essi fossero all’opera il giorno in cui avvenne il colpo di stato e mentre uno si trovava all’interno del palazzo presidenziale di Miraflores, l’altro fosse invece all’esterno. Il primo si trovò quindi nel bel mezzo degli attori del golpe e il secondo nel mezzo delle terribili violenze della repressione dei primi tentativi di protesta popolare nonché della caccia a personaggi della nomenclatura chavista. Ma dopo le prime ore di sconcerto, nella notte la ribellione della gente prese corpo e alle prime ore dell’alba un vero fiume umano scese dai cerros, le colline che circondano Caracas dove sono concentrati i barrios più poveri, e circondò il palazzo presidenziale. Nel frattempo reparti fedeli a Chávez iniziarono a sollevarsi. Il Presidente fu prelevato nel forte militare dove era stato imprigionata e riportato in elicottero a Caracas, appena 36 ore dopo il golpe. Trovo la visione di questo documentario, reperibile sul web anche con traduzione italiana, imprescindibile per capire meglio ciò che accade nel paese27:

  • La tracotanza e direi anche ferocia dei golpisti di allora, la classe “bene”, che cappeggiano anche le violenze di oggi. Fra i più violenti di allora si ricorda la presenza di Capriles, il candidato dell’opposizione nell’ultima elezione di Chávez e in quella di Maduro

  • La profonda frattura di classe che esiste in Venezuela e quindi della violenza dello scontro in atto fra i due antagonisti, la classe ‘alta’ e quella ‘bassa’. Con parte della classe media che, sotto la spinta della crisi, si orienta verso la prima.

  • Il completo travisamento dei fatti da parte dei media internazionali è dimostrato palpabilmente dalle visioni in diretta degli avvenimenti riprese dai due cineasti e le descrizioni, da loro pure riprese e inserite, fatte dalle “voci dei padroni”, per cui ciò che dice Colussi, no creer ni el 1%, è tragicamente vero.

Da qui il titolo dell’articolo di Velasco citato nella nota 21: Venezuela: ¿por qué no «bajan» de los cerros?”. Certo, nei cerros si protesta con il governo per la scarsità degli alimenti, ma non si protesta contro di esso e non si scende per unirsi alle manifestazioni che partono dai quartieri benestanti. Forse i ricordi del Venezuela pre-Chávez in particolare del caracazo ricordato nella prima parte, sono troppo vivi, e ancor più quelli dei giorni del golpe. A Velasco fa eco Luis Hernandez Navarro su La Jornada di Città del Messico, che in occasione delle elezioni per l’Assemblea Costituente ha titolato il suo editoriale En Venezuela, los cerros bajaron. Come si vede nel paese c’è una frattura di classe che è anche territoriale: le manifestazioni dell’opposizione ad oggi non sono riuscite a sfondare nei barrios popolari salvo, per ora, in pochissimi casi. La grande domanda è: le masse scenderanno nuovamente in massa dai cerros, e se si, contro o per chi scenderanno? Non è una domanda oziosa e la risposta può essere determinante per l’esito finale del conflitto, che a quel punto potrebbe avere effetti drammatici.

L’intervento dell’OEA

Fra i tentativi esterni di delegittimare il governo Maduro, uno dei più insidiosi è stato nei mesi scorsi l’intervento dell’Organizzazione degli Stati Americani (OEA o OSA), invocato dagli stessi oppositori definiti nell’occasione da Maduro “traditori della Patria”. Convocata dal suo presidente di turno, l’uruguayano Almagro, schierato senza troppi veli sulle posizioni statunitensi, e nonostante l’adesione di Brasile e Argentina, ormai rientrati nell’orbita di potere statunitense, alla mozione di censura dell’operato del governo Maduro, questa, nonostante ripetuti tentativi, non ha raccolto il numero di adesioni necessarie per essere approvata e per poter passare quindi a interventi atti a ‘ristabilire la legalità’ nel paese. In risposta alla politica dell’OEA il Venezuela, con un atto di dignità politica, ha deciso di ritirarsi dall’organizzazione la quale quindi non avrebbe più ragioni legali di intervento su un paese ormai esterno ad essa. Il capitolo sembrava così almeno momentaneamente chiuso ma secondo notizie degli ultimissimi giorni l’OEA sembra ora voler riprendere l’iniziativa, con ragioni e obiettivi non ancora noti.

Gli attori in campo

La grande manifestazione promossa dal Governo il 19 aprile scorso ha mostrato, con sorpresa di molti, la rinnovata capacità di questo di mobilitare larghi strati di cittadini a proprio sostegno. Uno dei risultati tossici dell’ informazione drogata infatti è far credere che la situazione in Venezuela sia quella di un intero paese in rivolta contro una feroce dittatura isolata e i media internazionali descrivono la situazione come uno scontro fra un’opposizione compatta, ampia e pacifica, riunita nel MUD, e un governo repressore sostenuto da una minoranza, indicata nel 20% della popolazione. Questa descrizione predispone psicologicamente l’opinione pubblica internazionale ad accettare un intervento esterno giustificato dal fatto che nel paese esisterebbe una patente violazione dei Diritti umani, quali lo stato di denutrizione di larga parte della popolazione.28 E anche a far credere che un golpe in questa situazione contro il governo riporterebbe pace e democrazia nel paese. In realtà questo con tutta probabilità porterebbe invece ad una situazione di guerra civile sanguinosa e imprevedibile29 che il giornalista Zibechi assimila a una possibile situazione di tipo siriano.30

Anche qui, mi sembra che quanto riportato da Weisbrot sia ragionevolmente credibile:

il grado di approvazione di Maduro è del 20,8% (media dell’anno 2016, nda). Sembrerebbe bassa se misurata con gli standard statunitensi, ma data la profondità della crisi e la depressione economica, in realtà rivela che esiste un buon numero di sostenitori accaniti. […] Come altri hanno segnalato, l’indice di approvazione di Maduro era del 21,1% appena due mesi prima che il suo partito ottenesse il 41% dei voti nelle elezioni legislative del 2015. Detto in altri termini, esiste un gran numero di persone che continuano ad essere scettiche circa quello che farebbe l’opposizione, anche considerando che il Governo è il principale responsabile di un terribile disastro economico31.

Uscendo da una valutazione quantitativa, Weisbrot fa una importante riflessione sociologica:

Può anche darsi che provino paura. Se hanno qualche legame con il Governo non sanno che tipo di repressione potrebbero dover affrontare con un governo di opposizione, soprattutto se questo arrivasse al potere attraverso un golpe. L’opposizione venezuelana non ha una tradizione democratica e pacifica. Ad esempio, nelle 36 ore che seguirono il golpe appoggiato dagli Stati Uniti nel 2002, morirono decine di persone ed era iniziata una retata contro i funzionari del governo eletto. I leader dell’opposizione, malgrado le loro molte divisioni, si sono mantenuti assai silenziosi circa la violenza dell’opposizione nel corso delle proteste attuali nelle città venezuelane, inclusi vari assassinii.

Anche Uharte è di questo avviso: per brutto che posa apparire il governo Maduro, un ‘andata al governo dell’opposizione sarebbe di gran lunga peggiore dal punto di vista dei diritti umani:

il chavismo di base, quello dei militanti anonimi, con atteggiamenti più o meno filogovernativi o più critici, sanno di essere condannati a dover appoggiare un governo in crisi con profonde contraddizioni. Lo sanno perché hanno più chiaro di altri che se il MUD e i suoi adepti riconquistano lo Stato, la fattura che faranno pagare al movimento popolare sarà enorme. Lo sanno perché sono più coscienti di chiunque altro che il conflitto storico fra progetti e classi antagoniste sono vigenti come sempre.32

Tornando ai dati del sondaggio, Weisbrot ricorda che il 51% dei venezuelani approvava ancora l’operato di Hugo Chávez e che, per quanto riguarda le manifestazioni, il 51,3% era favorevole contro il 44,2% contrario. Naturalmente stiamo assistendo alla danza delle inchieste e Weisbrot perciò precisa di riferirsi ai dati forniti da Datanálisis, <<la società di sondaggi più citata nei mezzi di comunicazione internazionali e che non può essere accusata di essere a favore del Governo>>. Non fa una grinza.

Di nuovo, di fronte al rigido dualismo delle forze in campo presentato dai media, conviene esaminare più da vicino le cose. Nel campo chavista si devono distinguere almeno tre componenti:

  • Il chavismo legato al governo e che tuttavia al suo interno presenta molteplici posizioni.

  • Il chavismo critico non oppositore, con le migliaia d militanti di organizzazioni popolari critici con la dirigenza ma ancora nei ranghi dei sostenitori del governo.

  • Il chavismo critico oppositore.

Di quest’ultimo gruppo, minoritario, ma stimato in crescita, fanno parte Marea Socialista e più recentemente la Plataforma Ciudadana de Defensa de la Constitucion della quale fanno parte intellettuali e personalità politiche come Lander e alcuni ex-ministri di Chávez.33

Le richieste principali dello chavismo critico vertono su una ripresa del percorso iniziale intrapreso da Chávez. <<Sia lo chavismo oppositore come i gruppi critici all’interno dello chavismo ufficiale coincidono nella critica alcune di queste misure e chiedono un cambio di direzione. Da un lato allertano sulla crescita preoccupante del debito esterno e chiedono la sospensione del pagamento e una sua rinegoziazione. Gli interessi che la mafia bancaria internazionale sta obbligano il Venezuela a pagare sono assolutamente sproporzionati e hanno messo sul tavolo l’urgenza di una uditoria del debito. Dall’altro lato, la sparizione progressiva del controllo dei prezzi di molti prodotti basici, come conseguenza delle pressioni di settori imprenditoriali, non è servito a stabilizzare i prezzi, per cui la difficoltà di accesso agli alimenti e ai medicinali è aumentato. I denominati CLAP (Comitati Locali di Approvvigionamento e Produzione) hanno consentito ai settori popolari un approvvigionamento diretto ma non sembrano in assoluto sufficienti per garantire un accesso minimo. Di conseguenza il non pagamento del debito e il ristabilimento del controllo dei prezzi sono alcune delle richieste più urgenti fatte dal movimento popolare>>. (Luismi Uharte, vedi nota 14).

<<In realtà la MUD contiene di tutto: i residui dei vecchi partiti borghesi socialdemocratico (AD) e cristiano sociale (COPEI), almeno tre gruppi di ex-guerriglieri castristi, e svariati gruppi politici nazionali e locali, tra entrate e uscite dovrebbero essere 28, di cui nessuno fa riferimento al fascismo>>34. Come vedremo dopo, al suo interno certe crepe stanno diventando più visibili. Una cosa è certa, e lo stesso Lander lo dice nel suo scritto riconoscendo nelle manifestazioni <<l’intervento di gruppi paramilitari appoggiati da fuori>>. L’espressione “da fuori” risulta però un po’ troppo vaga dato che (i riscontri sono ormai molti) si tratta principalmente di paramilitari colombiani che fin dal tempo di Chávez si erano infiltrati nel paese, soprattutto negli stati di frontiera con la Colombia e con propaggini nella stessa Caracas, dove avevano perfino ucciso un alta carica istituzionale. E Lander prosegue, ora viceversa in modo forse troppo categorico: <<Il governo risponde con una repressione indiscriminata, a sua volta rafforzata da collettivi civili armati, che attaccano violentemente le mobilitazioni di oppositori. Ne risulta una escalation di violenza che ha prodotto 120 morti, centinaia di feriti e arrestati, molti dei quali direttamente deferiti a tribunali militari.>> Se sulle responsabilità delle violenze si gioca al rimpallo, purtroppo sul numero dei morti il dato citato da Lander è ufficiale.

Concludendo questo paragrafo, gli attori in campo quindi sono ben più numerosi dei due accreditati dai grandi media con proporzioni falsificate (80% contro 20%) e questo offre una panoramica ben più complessa di quella che divide i tanti buoni da una parte contro i pochi cattivi dall’altra … E complica la comprensione ma anche la previsione dei possibili sviluppi.

L’unità civico-militare

Chávez era stato il riferimento di un gruppo di militari democratici desiderosi di cambiare il corso del paese, cosa di cui abbiamo parlato nella prima parte di questi appunti.35 Senza la presenza di un certo numero di alti ufficiali democratici nelle Forze Armate venezuelane non si spiegherebbe il contro-golpe che riportò Chavez al potere nel 2002 nel giro di 36 ore. Coinvolgendo i militari in operazioni di grande valore sociale –le famose misiones36– egli aveva creato un nuovo rapporto fra militari e società civile, la cosiddetta Unidad civico-militar, garanzia di indipendenza e stabilità contro ingerenze straniere e una tradizione golpista.

È un dato di fatto che i militari ad oggi sono schierati a fianco del governo, ed è grazie a questa fedeltà che questo sta resistendo alle pressioni violente dell’opposizione ed alle forti ingerenze statunitensi. Essi sono ben inseriti (probabilmente troppo) nello stesso governo e nelle istituzioni statali: 11 ministri su 37 sono militari, alcuni ancora in servizio effettivo e uno di essi, Padrino López, già capo di stato maggiore dell’Esercito con Chávez, è oggi ministro della difesa. Inoltre ben 11 governatori su 23 provengono dalle forze armate (in genere militari in pensione, la cui scelta come candidati fra l’altro, non sempre è piaciuta allo chavismo civile).37

Una presenza forte e a doppia faccia. I militari godono in realtà di molti privilegi: hanno una propria banca, un canale TV, facilitazioni per l’acquisto di automobili, alimenti e casa. Fra loro alcuni sono vecchi colleghi di Chávez con cui avevano rapporti di vicinanza ideologica (il reparto di Padrino López fu uno dei primi a sollevarsi contro i golpisti del 2002 per ristabilire la costituzionalità violata), altri invece sono “chiacchierati” per arricchimenti non chiari. Traffico di valuta grazie al triplice sistema di cambio bolivar/dollaro, commercio illecito con i beni primari di consumo assegnati a prezzi calmierati e rivenduti a prezzi 10 volte superiori nella vicina Colombia (il cosiddetto bachaqueo) e infine relazioni col mondo dei trafficanti di droga non sono sconosciuti alla cosiddetta borghesia bolivariana (la “boliborghesia” cresciuta già ai tempi di Chávez, suo malgrado). Degli alti gradi militari, alcuni dei più anziani frequentarono a suo tempo la famosa Escuela de las Americas (SOA – School of the Americas)38. Il deputato di sinistra spagnolo Monedero in un suo articolo per certi versi interessante, scrive: E’ l’esistenza degli USA come impero che ha costruito l’esercito venezuelano. I nuovi ufficiali invece si sono formati nel discorso democratico sovrano e antimperialista e sono la maggioranza. C’è altresì un corpo di ufficiali, in gran parte sul punto di andare in pensione, che si è formata alla vecchia scuola e le sue ragioni per difendere la Costituzione venezuelana sarebbero più che altro personali.39 L’espressione “ragioni personali” è ambigua e vaga e forse fa riferimento ai casi chiacchierati. Per alcuni di loro un cambio di governo potrebbe essere fonte di guai giudiziari. Ma sicuramente metterebbe nei guai anche i militari che furono fedeli a Chávez ed ora a Maduro. Se il ricambio generazionale ipotizzato da Monedero è realista nelle conseguenze che ne deriveranno, la cosa non sarebbe di poco conto dal punto di vista di un’evoluzione democratica delle forze armate nel loro complesso e quindi del paese. Del resto il coinvolgimento dei militari nelle varie misiones40 sociali può avere influito sulla loro coscientizzazione democratica. Ma quali che siano le motivazioni “personali” dei capi militari cui accenna Monedero, ad oggi le forze armate sono rimaste fedeli al governo e ne hanno garantito per ora la stabilità.

Estrattivismo, e ancora estrattivismo

E’ urgente per il paese ritrovare la stabilità economica e uscire dalla spirale perversa inflazione/svalutazione della moneta nazionale rispetto al dollaro. La logica perversa dei tre diversi regimi di cambio bolivar/dollaro esistenti deve essere cancellata perché è parte essenziale della spirale.41 Su questo tema torneremo come detto nella terza parte.

L’estrattivismo esasperato sta affossando l’esperienza dei governi di sinistra e centrosinistra emersi nella prima decade del secolo presente in vari paesi latinoamericani. Abbiamo già scritto molto in proposito su numeri precedenti del Mininotiziario e non ci torniamo sopra. Il Venezuela in particolare impernia la sua politica economica sull’estrazione del petrolio che da circa un secolo la condiziona in tutti i campi (economico, politico, sociale).42

Il problema di modificare la struttura economica del paese, soprattutto quello di liberarlo dal vincolo dell’ingente importazione di alimenti, non era stata ignorata da Chávez ma non si era riusciti a porvi rimedio. L’imponente progetto di riforma agraria era fallito, in un paese che si era cullato per troppo tempo sulla facile rendita petrolifera.

Negli ultimi anni di Chávez il paese aveva scoperto di possedere la più grande riserva petrolifera mondiale, superiore a quella dell’Arabia Saudita43. Un petrolio però meno pregiato, denso e viscoso (il cosiddetto crudo pesado), più difficile e costoso da essere estratto, trasportato e raffinato. Ma sempre petrolio è, e in quantità enormi. Esso si trova concentrato nella “faglia” amazzonica dell’Orinoco, oggi denominata Arco Minero dell’Orinoco (e più recentemente ribattezzata col nome di Hugo Chávez), che occupa una superficie di 120mila kmq, corrispondenti a circa un terzo dell’Italia. Arco Minero perché in tale zona, ricchissima di biodiversità e acqua oltre petrolio sono stati trovati ingenti quantitativi di minerali vari, oro e coltan in primis., ma anche ferro e nichel etc.44

Qui si apre una delle pagine oscure del governo Maduro, stretto fra impellenti necessità di valuta pregiata e un apparato burocratico da sempre corrotto ed al quale la crisi di questi anni ha offerto possibilità nuove di arricchimento45. Per superare la crisi finanziaria il governo Maduro ha messo a punto un vasto programma di facilitazioni per gli investitori esteri tramite contratti flessibili e anche creando delle “Zone Economiche Speciali” dove la legislazione nazionale per l’ambiente e quella del lavoro non sono vigenti. Il peggio del peggio delle politiche economiche neoliberiste, quindi.

I relativi contratti ad oggi stipulati con corporation estere, le cosiddette “imprese miste”, incluse fra esse corporation petrolifere statunitensi o minerarie canadesi già godenti di pessima fama come la Barrick Gold, essi sono stati decisi dallo stesso Maduro, avvalendosi dei poteri attribuitigli dal Decreto della Stato di Eccezione e Emergenza Economica cui accennava sopra Lander. Per di più si è cercato a lungo di tenere nascosti questi contratti allo stesso Congresso e alla popolazione. Una volta cominciati a trapelare essi sono stati ampiamente criticati dall’opposizione, come naturale, ma anche dal mondo ecologista, perché la devastazione ambientale sarà enorme, nonché dallo chavismo critico.

A Maduro si contesta anche <<la cessione di bond scontatissimi alla Goldman Sachs>>, la banca del neocapitalismo per eccellenza e in queste “svendite” dei beni di stato ha avuto la sua particella anche la nostra ENI.46 Il 70% dei bond venezuelani a quanto mi risulta è in mano a investitori statunitensi.

Nella situazione caotica del conflitto costituzionale di cui abbiamo parlato e che ha visto la responsabile del TSJ Luisa Ortega, già fidatissima del governo Chávez e poi di quello Maduro, entrare in conflitto con quest’ultimo a causa delle ultime decisioni non conformi alla Costituzione, venire poi destituita come primo atto dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), di cui diremo fra poco, e infine fuggire all’estero col marito, deputato chavista. Al suo posto ha cominciato ad operare Tarek William Saab47, che in uno dei suoi primi atti ha fatto arrestare 8 alti funzionari della PVDSA per una appropriazione indebita del valore di 200 milioni di dollari dell’azienda.48 Indirettamente in questa vicenda è stata chiamata in causa Luisa Ortega che avrebbe ritardato le indagini sugli otto funzionari richieste dallo stesso Maduro oltre un anno fa. Se si collega questo alla dichiarazione del TSJ in esilio49 di avere compilato una prima lista di cento eminenti personaggi del regime corrotti, nonché alla ventilata minaccia del governo di sottoporre l’Ortega a perizia psichiatrica, temo si assisterà ad un volar di stracci fra le parti.

La nuova Costituzione

Nel clima di manifestazioni violente descritte sopra, durante il tradizionale comizio del Primo maggio scorso Maduro ha calato un tre di briscola: l’annuncio delle elezioni di una nuova Assemblea Nazionale Costituente onde modificare (“perfezionare”, ovviamente …) la Costituzione del 1999 approvata sotto Chávez. È stato come gettare altra benzina sul fuoco innescando la polemica sul potere o meno di Maduro di indire le elezioni per una Assemblea Costituente. Così secondo Monedero <<una parte delle critiche a Maduro sono ingannevoli perché dimenticano che il Venezuela è un sistema presidenzialista. E’ per questo che la Costituzione permette al presidente di convocare un’Assemblea Costituente. Piaccia o no, l’articolo 348 della Costituzione vigente del Venezuela dà la facoltà al Presidente di farlo>>. Lander, che è stato fra i più autorevoli oppositori all’iniziativa, nel testo già citato però obietta: <<Sebbene la Costituzione non sia del tutto esplicita al riguardo, essa fissa tuttavia una differenza chiara tra “prendere l’iniziativa” di una convocazione (cosa che può fare un Presidente) e “convocare”, che è attribuzione esclusiva del popolo sovrano (art. 347). Questo implica che si dovrebbe passare attraverso un referendum consultivo sul fatto se si dovesse cambiare o meno “convocare” o meno, come accadde nel 1999>>.50

In realtà, anche supponendo che Maduro non abbia violato la Costituzione vigente nel convocare direttamente le elezioni per l’Assemblea senza passare prima per un referendum popolare, vi erano molte perplessità sull’opportunità politica della mossa. In un paese spaccato a metà e in preda a forti sussulti, aprire un processo costituzionale contro il parere di una metà dei cittadini non sembrava essere una grande mossa per superare la frattura in atto. Da parte sua l’opposizione per reazione ha prontamente preso l’iniziativa per una consultazione popolare informale e auto-organizzata, per dimostrare la contrarietà di una fetta consistente di cittadini al progetto. Tenutasi nel luglio, essa avrebbe visto, secondo gli organizzatori, circa 7,5 milioni di persone votare contro il progetto. Pochi giorni dopo però un po’ di più di 8 milioni di cittadini hanno a loro volta votato per eleggere l’Assemblea Costituente.

Sulla attendibilità di questo numero naturalmente l’opposizione e i media internazionali hanno sollevato forti dubbi, confortati anche dalla dichiarazione del presidente della società inglese Smartmatic che da tempo gestisce tecnicamente gli apparati elettronici delle elezioni venezuelane. Altri hanno fatto cifre di votanti oscillanti fra 2 e 5 milioni di persone, numeri che appaiono immaginifici. Certamente le elezioni non si sono svolte in quel clima di trasparenza che aveva caratterizzato tutte le precedenti elezioni, dall’andata di Chávez al potere in poi: eliminato l’intingimento del dito nell’inchiostro indelebile, proibizione dei giornalisti di avvicinarsi ai seggi meno di 500 mt, possibilità anche di non votare nel proprio seggio con rischio di doppio voto in vari seggi… In compenso però esistono testimonianze di cittadini che sono stati intimoriti o impediti fisicamente di votare con minacce o blocchi stradali. Certamente ben poche garanzie si hanno anche sulla cifra dei 7,5 milioni di voti vantati dal referendum della MUD, controllati solo dai suoi organizzatori.

Un altro fronte di polemiche è stato aperto dall’ipotesi circolata che l’ANC possa anche fungere da sostituta dell’attuale Assemblea Legislativa. In realtà uno dei suoi primi atti è stato appunto quello di destituire la titolare del TSJ Ortega Dìaz, cosa che in effetti sarebbe di competenza dell’Assemblea Legislativa esistente e non di quella Costituente. Una prima significativa invasione di campo quindi.

Venendo ai contenuti preannunziati di questa nuova Costituzione (in realtà questi dovrebbero e dovranno essere stabiliti dall’ANC), sarà bene seguire on attenzione gli sviluppi dei suoi lavori.

La nuova Costituzione è <<Una proposta, secondo l’ex-vicepresidente Elís Jaua, per prevenire il colpo di Stato, la guerra civile e l’intervento straniero. Una proposta che ha come obiettivi formali quello di istituzionalizzare il sistema delle misiones sociali, porre le basi giuridiche del nuovo modello post-petrolifero e dare ruolo istituzionale al Potere Comunale. Obiettivi, senza dubbio, condivisi da una gran parte dello chavismo e della popolazione>>. (Uharte, nota 16): Obiettivi che personalmente trovo interessanti ma in contraddizione, almeno il secondo, con quanto hanno fatto e stanno facendo a proposito dell’Arco Minero dell’Orinoco. E circa le comunas, difficile conciliare l’innovazione della loro costituzione decisamente democratica dal basso con le pratiche verticaliste e autoritarie del PSUV. Ma lo stesso Uharte rileva che <<il modo delle elezioni e soprattutto la scelta dei candidati ha generato proteste non solo della destra (che però non ha partecipato alle elezioni, nda) ma anche dello chavismo e in parte della sinistra internazionale. Il governo propone due tipi di elezione, uno convenzionale, ossia territoriale, e un altro settoriale. Il secondo comporta che circa la metà degli e delle assembleisti e assembleiste saranno scelti fra una serie di “settori” (movimento operaio, imprenditori, indigeni, comunas …), invece di eleggere candidati di partiti, cosa che viene interpretata come una via per corporativizzare il voto e assicurarsi una maggioranza. Sebbene non sia ancora deciso come si concretizzerà definitivamente il processo elettorale, il modello proposto è difficilmente difendibile e pregiudica l’immagine di un governo anche fra i settori di appoggio all’esterno del paese>>. (Uharte, ibidem). Inoltre si deve notare come una parte di cittadini avrà diritto al doppio voto, uno territoriale e uno settoriale, discriminandoli.

Una situazione nuova e inaspettata

Il 4 agosto la ANC è stata insediata e del suo primo atto abbiamo detto. All’insediamento sarebbe stata da aspettarsi una reazione violenta dell’opposizione con la ripresa delle manifestazioni, ma sorprendentemente non è stato così. Mentre il governo sembra avere ripreso vigore nella sua azione politica, l’opposizione sembra allo sbando. La nuova situazione viene così descritta in un articolo di Tomas Straka pubblicato sul sito di Antonio Moscato51:

A un mese dall’elezione dell’Assemblea Nazionale Costituente (ANC), due situazioni risaltano nella presente congiuntura critica in Venezuela: praticamente, la scomparsa dalla scena politica del Tavolo di Unità Democratica (MUD) e il carattere sempre più internazionale della crisi. Benché il primo elemento non significa che l’alleanza dei partiti di opposizione abbia smesso di agire su altri terreni, o che il suo rientro in gioco o gli scontri di piazza siano impossibili, il modo in cui i giudici del Tribunale Supremo nominati dal parlamento dell’opposizione hanno dovuto andarsene in esilio – come hanno fatto la Procuratrice Luisa Ortega Díaz e alcuni dei principali sindaci dell’opposizione52 – sembrano avere spostato l’ago della bilancia verso il governo. Per il momento, Nicolás Maduro è riuscito a controllare la situazione politica e può registrare un punto a proprio favore nell’ultimo round.53

In realtà nella MUD si vanno riscontrando crepe vistose. Dopo l’annuncio del governo che entro la fine dell’anno saranno convocate le elezioni (comunali e regionali, queste ultime per il rinnovo dei governatori54) già rinviate dal 2016 in deroga ai dettami costituzionali, alcuni governatori dell’opposizione e il segretario di AC hanno dichiarato che vi prenderanno parte.55 Il governo quindi, che sembra sentirsi più forte, affronterà senza sotterfugi le ormai prossime elezioni regionali? E pensa di aver risalito la corrente e di poter affrontare chiaramente le elezioni presidenziali del 2018? E come si comporterà nella iniziata riapresa del dialogo con l’opposizione col patrocinio dei mediatori internazionali?

Nel momento in cui scriviamo infatti il dialogo fra governo e opposizione è ripreso nella capitale della Repubblica Dominicana con la mediazione del suo governo e dell’ex presidente del consiglio spagnolo Zapatero e sembra che altri governi saranno inseriti nella mediazione. Un primo incontro di tre ore delle due delegazioni si è tenuto a Santo Domingo a metà settembre. Esso è stato definito promettente dal presidente di questo paese Danilo Medina. In esso è stata abbozzata un’agenda del dialogo che è ripreso proprio in questi giorni.

Stati Uniti: dalle minacce di invasione alle sanzioni economiche

Se la situazione interna sembra più favorevole per il Governo, non si può dire lo stesso per la pressione internazionale. L’inizio dei lavori dell’ANC ha infatti provocato un minaccioso discorso di Trump che ha parlato addirittura di intervento armato, immediatamente sconfessato però dal suo entourage. Dichiarazione incauta perché ha ferito lo spirito patriottico dei venezuelani ed è stata criticata anche da governi latinoamericani neo-amici degli Stati Uniti. Quello che invece si è concretizzato alcuni giorni dopo è il Decreto con cui si stabiliscono severissime sanzioni economiche contro il Venezuela. Su queste torniamo a dar la parola a Weisbrot, il quale in un suo articolo fa una valutazione interessante da leggere per intero ma che per brevità riassumiamo nei punti essenziali:

  • Dette sanzioni sono illegali sia per quanto riguarda la legislazione internazionale che quella statunitense56

  • Esse impediscono che qualsiasi entità statunitense possa partecipare a finanziamenti per la ristrutturazione del debito del Venezuela (lo scorso anno si era quasi giunti ad un accordo in questo senso fra il Governo venezuelano, la Bank of America e la banca Morgan Stanley).

  • Esse congelano i beni venezuelani negli Stati Uniti e impediscono alle raffinerie di proprietà statale del Venezuela ivi operanti, in particolare la CITGO -che è la più importante e che compra e raffina gran parte del grezzo venezuelano esportato negli States- di rimpatriare dividendi e utili, aggravando la penuria di valuta pregiata del paese proprietario.

  • Come è noto le sanzioni economiche hanno conseguenze anche sulla vita delle persone. In questo caso, gravando su una popolazione già carente di alimenti di base e di medicinali essenziali, questa sanzione viola proprio il godimento di quei diritti in nome dei quali si minaccia di intervenire militarmente nel paese.57

Sull’applicazione di queste sanzioni gli altri paesi, compresa l’Europa, sembrano titubanti. Ma per quanto riguarda l’atteggiamento dell’Europa, un episodio accaduto il 4 settembre e che si situa fra l’irresponsabilità e la farsa, è significativo. Gli ambasciatori di Germania, Spagna e Italia quel giorno hanno accompagnato all’aereoporto di Caracas Lilian Tintori, moglie di Leopoldo López, uno degli istigatori delle manifestazioni violente, ora in carcere, che cercava di imbarcarsi per espatriare. La Tintori era stata fermata giorni prima dalla gendarmeria che aveva trovato sulla sua auto ben impacchettati 200 milioni di bolivares del cui possesso aveva dato una versione balorda (aiuti per la nonna malata) successivamente cambiata dai suoi avvocati (beneficienza per bambini bisognosi). Il giorno successivo al tentato espatrio la Tintori doveva comparire in tribunale per spiegare la provenienza di quel denaro. La Tintori è da tempo protagonista di frenetici viaggi all’estero nel corso dei quali ha perfino avuto un incontro col presidente Trump e alcuni suoi collaboratori. 58

Con la situazione economica e finanziaria del paese già gravissime (un’inflazione attualmente superiore al 600% annuo e il potere di acquisto dei salari ridotto di un terzo), le sanzioni di Trump rischiano di dare il colpo di grazia alle finanze venezuelane oppure di sospingere definitivamente il paese nelle braccia di Russia e Cina, uniche possibili fonti di nuovi aiuti tramite nuovi indebitamenti. Ma su questo aspetto, su cui si giocano ormai le sorti del paese e che richiede uno specifico approfondimento, torneremo in un prossimo numero del Mininotiziario, non sovraccaricando ulteriormente né ritardando ulteriormente questo numero. Del resto è una turbolenza in atto su cui è bene vedere le sue prossime evoluzioni. Intanto il New York Times pronostica per ottobre il default della PDVSA, incapace di pagare una consistente rata del proprio debito.

Y ahora que?

E ora che?” è un’espressione usata spesso in America latina alla fine di una analisi o di una narrazione di fatti. Che ne sarà del progetto bolivariano, in Venezuela e in America Latina?

Fino a qui il sottoscritto ha solo offerto alcuni tasselli del puzzle venezuelano che ciascuno può comporre secondo i propri criteri e le proprie scale di importanza dei valori in gioco.

Che riflessioni ho tratto da questo mio lavoro?

In Venezuela a cavallo del millennio c’è stato come Presidente un grande sognatore che, sulle orme di Simón Bolivar, ha immaginato e tentato di rendere realtà un futuro di unità e dignità per l’America Latina, a cominciare dal proprio paese. Questo sognatore potei ascoltarlo dal vivo due volte raccontare per ore il suo sogno, a Porto Alegre e al teatro Carreño di Caracas, e ne rimasi affascinato. Ma, come dice il proverbio, fra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. E nel caso specifico un mare tempestoso e pieno di pescecani, di cui uno enorme e voracissimo.

Questo non lo scoraggiò e molti suoi atti furono coraggiosi e fortemente innovatori: a livello nazionale il primo atto fu una nuova Costituzione avanzata, cui seguirono le misiones, le comunas, le politiche di ridistribuzione e di forte riduzione della povertà e altro ancora; a livello regionale: l’ALBA59, l’aver risvegliato nella gente comune l’ideale di Simón Bolivar della Nuestra America, unita e libera da dominazioni esterne, l’aver promosso e sostenuto l’unità dell’America del Sud assieme ai presidenti di Brasile (Lula) e Argentina (Kirchner), con atti concreti. Rischiò da subito di essere travolto da onde altissime: un colpo di stato, un durissimo sciopero promosso da padronato e vertici sindacali corrotti e collusi con questo, oltre a una enorme catastrofe ambientale di cui abbiamo detto. Vinse cristallinamente una lunga serie di processi elettorali e un referendum revocatorio a lui avverso60. Perse solo in un discusso tentativo di modificare la Costituzione (2007).

Un male incurabile lo ha falciato all’età di 59 anni.

Accanto a grandi meriti – che la storia gli riconoscerà e che credo lo renderanno indimenticabile nella memoria dei poveri e degli umili del suo paese e dell’America Latina ma anche di chi nel mondo ha a cuore la giustizia sociale- ha avuto i suoi limiti:

Per scelta o per necessità, ha accentrato su di sé le redini di un processo che era troppo grande per un solo uomo.

Gli piaceva sentirsi vicino alla gente e farsi carico dei suoi problemi tanto che Fidel Castro, con cui aveva stabilito forti contatti personali, lo ammonì ricordandogli di essere il capo di uno Stato e non il sindaco di un paese.

Ebbe il coraggio di pronunziare di nuovo la parola “socialismo” in un momento storico in cui essa era diventata impronunciabile, soprattutto per un capo di Stato. Parlò di un nuovo socialismo, quello del “XXI secolo”. Ma più che un progetto politico rimase l’enunciazione di nobili aspirazioni.

E’ stato criticato perché la sua ispirazione politica zigzagava cambiando talora percorso. Ma era un processo in costruzione ed egli cercò di adattarlo alla realtà mano a mano che gli sembrava che questa gli suggerisse o esigesse correzioni.

Nel momento in cui ne avrebbe forse avuto la forza, non seppe o non volle dare la spallata finale alla classe che fino allora aveva dominato il paese, forse pensando di poterla addomesticare. Ma non era così.

Non riuscì a dominare i due grandi mali endemici del paese: la violenza nelle strade e la corruzione. Nei 14 anni del suo governo furono oltre duecentomila i venezuelani rimasti vittime della prima.

Gli si incrostò attorno la nuova ‘boliborghesia’, burocratica e corrotta, cui lasciò troppo spazio.

Dette vita alle comunas, un progetto ardito per spostare il potere verso il basso, ma contem- poraneamente dette vita al PSUV, un partito di governo burocratizzato e verticalizzato, e anch’esso corrotto. Due cose contraddittorie.

Infine non riuscì a gettare le basi di un’economia coerente con il progetto. La grande riforma agraria, che avrebbe dovuto liberare il paese dal vincolo della dipendenza del settore alimentare dalle importazioni (il 70%!), non ebbe successo e il paese rimase intrappolato dal petrolio. La statalizzazione di alcune grandi industrie fu in parte vanificata dalla burocratizzazione e di nuovo dall’onnipresente corruzione.

Ma nel mio ricordo resta tuttavia un grande, per l’arditezza del sogno e il coraggio di tentare di calarlo nella realtà: non dimentichiamo che è stato il primo e il più ardito nello sfidare lo strapotere neoliberista.

Un suo critico, Raúl Zibechi, ha scritto recentemente:

Malgrado queste considerazioni (leggi:”critiche”, nds) mi sembra evidente che in Venezuela vi furono e vi sono processi interessanti. Forse il maggior risultato dello chavismo, è stato quello di aver contribuito a generare una crescita esponenziale dell’autostima dei settori popolari, cosa che non ha avuto confronto in nessun altro paese della regione. Questa enorme autostima ha fatto si che, attraverso molte organizzazioni locali, quelli in basso si siano impadroniti di porzioni significative delle loro vite, anche se non hanno nelle loro mani il potere. Ciò che ha tenuto a freno le ambizioni della destra e dell’impero. 61

Ditemi se vi sembra poco.

Accetto, con qualche riserva, l’affermazione di Zibechi che oggi in Venezuela il potere è detenuto dagli alti comandi militari e dagli alti burocrati, in competizione con la borghesia tradizionale per la spartizione della rendita petrolifera. E chi sa che questa spartizione alla fine non sia oggetto di un accordo fra i contendenti. Ma il seme gettato da Chávez, e di cui Zibechi riconosce i frutti, fa sì che i giochi a mio parere non si possano considerare chiusi. Con la condanna del Governo Maduro stiamo attenti a non gettare il bambino assieme all’acqua sporca.

E ancora. Zibechi pone un problema fondamentale articolo ora citato:

Fin dal colpo di stato dell’aprile 2002, l’ingerenza degli Stati Uniti in Venezuela dovrebbe essere fuori discussione […]. Da quel momento in poi, la politica della Casa Bianca è stata quella di mettere fine ai governi chavisti, o per la via dei golpes o per via indiretta, ma con il medesimo fine. La difesa della sovranità delle nazioni e dell’autodeterminazione dei popoli, è un principio irrinunciabile dei movimenti antisistemici in tutto il mondo. Di qualunque nazione, indipendentemente del colore dei governi e del tipo di regime che abbiano. Si tratta di un principio di importanza uguale a quello del rispetto dei diritti umani, che deve avere un carattere universale.

La difesa del governo Maduro allora deve essere fatta <<senza se e senza ma>> di fronte al pericolo di un decisivo intervento esterno? O chi ha a cuore il progetto bolivariano deve denunciare ciò che non va per appoggiare coloro che in Venezuela cercano di ripristinarlo, magari correggendolo nei suoi limiti?

Il 24 maggio un certo numero di personalità venezuelane –dirigenti politici, accademici, attivisti sociali e rappresentanti di organizzazioni sociali e politiche di rilevanza nazionale, ex ministri di Chávez e ex dirigenti dell’opposizione- autoconvocate in una conferenza stampa in cui i portavoce furono Oly Millán, ex-ministra di Chávez e membro della Piattaforma Cittadina di Difesa della Costituzione, Edgardo Lander, membro della stessa Piattaforma, Enrique Ochoa Antich, ex-coordinatore MUD/sociale e ex-deputato, lanciarono un appello in cui sottolineavano l’estrema pericolosità della situazione esistente nel paese, chiamando i media a “fare tutto il necessario per frenare la violenza e a difendere la Costituzione”62 Nei giorni seguenti l’appello è stato seguito da un altro appello sottoscritto da un rilevante numero di note personalità di sinistra latinoamericane63. In entrambi gli appelli, oltre a contestare le violenze dell’opposizione e dei gruppi estremisti chavisti, si rilevano le violazioni della Costituzione da parte del governo.

Dal secondo appello si sono però dissociate altre personalità di sinistra. In particolare il filosofo della liberazione argentino Henrique Dussel, con motivazioni che mi paiono meritevoli di riflessione. Nella sua dichiarazione si legge:

Io credo che in questo caso storico si dovrebbe stare molto attenti, perché effettivamente i nostri grandi governi che hanno assunto posizioni popolari possono anche, come tutti i partiti politici e tutte le opzioni, commettere alcuni errori. Ma criticare, in questa congiuntura strategica, il Venezuela e il suo governo suppone inevitabilmente un appoggio ai gruppi oppositori”. […] In ogni paese è normale e si giustifica un’opposizione, ma non quando è orchestrata, come nel caso del Venezuela in questo momento, dall’Impero con una campagna internazionale che occulta i frutti di un processo politico che, ovviamente, con la presenza di Hugo Chávez, sarebbe stato molto più importante perché egli aveva un prestigio molto forte di fronte al suo popolo. La sua assenza causa conseguenze in un governo che deve anche andar imparando […] Infine credo che dovremmo conservare una certa distanza di giudizio. Non chiedo che alcuni appoggino la rivoluzione e diano tutte le ragioni ad essa, come ad es. Atilio Boron. Ma non posso essere d’accordo con alcuni che, da fuori, danno un giudizio negativo a un processo che in questo momento sta venendo completamente strumentalizzato dalla “mediocrazia” diretta dagli Stati Uniti contro un paese che possiede la più grande riserva di petrolio nel mondo nel territorio dell’Orinoco, e pertanto è molto appetita dall’Impero che sta muovendo tutti i fili per fare qualcosa come un ‘golpe pacifico’ di nuovo tipo. […] Voglio chiamare l’attenzione sul mantenere rispetto per il processo venezuelano e consentire che questo governo giovane possa tuttavia crescere e in questo momento è bloccato, come fu bloccata, per oltre 50 anni l’esperienza cubana. La sinistra deve stare molto attenta agli avvenimenti storici e non dividersia artificiosamente per una certa inclinazione a una definizione di ‘democrazia’ che i mezzi di comunicazione stanno imponendo o proponendo64”.

La mia riflessione, per ora, si ferma qui, senza verità da offrire ma con molte cose su cui riflettere e basare le proprie personali posizioni.

Aldo Zanchetta

1 Carlos Fazio, Dominación de espectro completo http://www.jornada.unam.mx/2010/07/12 /opinion /017a1pol

4 Leggere il caso Venezuela di oggi astraendolo da una secolare storia di ingerenze (spesso armate) da parte degli Stati Uniti in quello che essi considerano il loro “giardino di casa” sarebbe da sprovveduti. Negli ultimi anni il modo di dominazione sembra essersi ‘suavizado’: interventi militari diretti apparirebbero politicamente scorretti alla comunità internazionale, per cui si è passati dai golpes militari (o anche invasioni dirette) ai golpes suaves, come nel caso del presidente Lugo in Paraguay o della presidente Dilma in Brasile, o ancor prima in Honduras, coprendo con un velo di ipocrita legalità (destituzione pretestuosa da parte del parlamento nei casi citati) atti sostanzialmente illegittimi. Ma nulla garantisce che, se necessario, non si torni alle vecchie pratiche, magari per interposto paese (leggi Colombia).

5 Vedi di R. Zibechi: La mirada de China sobre Venezuela, www.jornada.unam.mx/2017/08/04/politica/017a1pol e La disputa China-EEUU fractura América Latina, www.jornada.unam.mx/2017/07/21/opinion/017a1pol

6 Oggi il Venezuela risulta essere il primo paese al mondo per entità di riserve petrolifere, grazie alla sua ingente scoperta nella cosiddetta “faglia dell’Orinoco”, di cui torneremo a parlare in seguito.

7 Occorre notare che i vertici sindacali della CTV, la più importante delle organizzazioni sindacali, molto influente nella PDVSA, l’azienda petrolifera che era stata statalizzata nel 1975 dal governo dell’epoca, erano tradizionalmente collusi coi partiti che si alternavano al governo, COPEI e AD. Una nazionalizzazione più formale che reale, senza che lo Stato ne assumesse di fatto il vero controllo, cosa che avvenne con Chávez e che non piacque ai vertici tecnocratici sindacalizzati e corrotti dell’impresa statale.

8 Mark Weisbrot è condirettore del Center for Economic and Policy Research, CEPR, a Washington, D.C. e presidente dell’organizzazione Just Foreign Policy.

9 Il PSUV (Partido Socialista Unido de Venezuela), ricordiamo, è l’asse portante della coalizione di governo.

10 Mark Weisbrot : In ¿Tiene arreglo la economía de Venezuela? https://www.alainet.org/es/articulo/180800 del 7.10.2016. Fonte: Le Monde diplomatique, ediz. in spagnolo, 29 settembre 2016. Traduzione del sottoscritto, come pure le altre traduzioni che seguiranno quando estratte direttamente da testi in lingua spagnola.

12 Manifestazioni simili, col nome appunto di guarimbas, erano già state organizzate nel 2004, sotto Chávez, con un bilancio di circa 100 morti.

13

14 In questi giorni Lander, intellettuale di prestigio che ha seguito da vicino il processo bolivariano fin dal suo inizio, ha pubblicato un saggio dal titolo Venezuela: la experiencia bolivariana en la lucha por trascender al capitalismo che è di grande interesse per i suoi contenuti.

15 Che però si era dichiarata in fase di non collaborazione al governo … .

16 http://brecha.com.uy/, pubblicato in italiano sul sito antoniomoscato.altervista.org col titolo L’assemblea costituente madurista (6.08.17).

17

18 Di particolare ferocia nel maggio scorso il linciaggio di Orlando Figuera, pugnalato e bruciato vivo. Egli era un giovane venditore ambulante che alla domanda dei manifestanti se era chavista aveva risposto di si.

19 Dottore in Studi Latinoamerican alla Universidad Complutense di Madrid (UCM) e professore al Dipartimento di Antropologia Sociale all’Universidad del País Vasco / Euskal Herriko Unibertsitatea (UPV/EHU).

20 Cosa particolarmente odiosa è la pratica adottata ultimamente dai manifestanti dell’opposizione che gettano contro le forze dell’ordine scatole contenenti escrementi umani, fatto che le demoralizza particolarmente.

22 Alejandro Velasco “Venezuela: ¿por qué no «bajan» de los cerros?”. Velasco è docente di storia alla New York University e autore del libro “Barrio Rising. Urban Popular Politics and the Making of Modern Venezuela”, nuso.org/articulo/venezuela-por-que-no-bajan-de-los-cerros.

23 La Costituzione del 1999 aveva esteso a 5 i poteri fondamentali dello Stato, aggiungendo ai Poteri esecutivo, legislativo e giudiziario anche il Potere cittadino e il Potere elettorale dei cittadini.

24 Gennaro Carotenuto ad es. in aprile ha scritto sul suo blog: <<A me pare che la dubbia, sicuramente controproducente, ma probabilmente inevitabile decisione del Tribunale Supremo di Giustizia (che per l’opposizione sarebbe asservito al governo), chiarisca a chi è onesto e in grado di prendere atto della complessità, che non sia l’esecutivo autore di un colpo di stato, ma il legislativo, controllato dall’opposizione dal dicembre 2015, ad avere, autoparalizzandosi fin dall’inizio, prodotto una situazione insolita e intollerabile in un sistema democratico: quella di un potere avente come unico obiettivo l’abbattimento di un altro, perseguendo il “tanto peggio” per il paese.>> Sul Venezuela, guardando le cose dal basso, gennarocarotenuto.it.

25 Moscato A., Tecniche sperimentate di disinformazione, http://www.antoniomoscato.altervista.org., 10.08.2017.

27 Ricercare: La revolución no será televisada oppure teletransmitida

28 In realtà un’indagine resa nota da alcune università venezuelane denuncia un calo medio del peso della popolazione adulta di 5/6 kg mentre la mortalità infantile è schizzata dal 10 al 20% e, questa non è stata una bella cosa, che la ministra della salute che aveva comunicato questo dato è stata per ciò esonerata.

29 L’esercito ha più di 100mila effettivi, a cui si sommano le milizie civili filogovernative che contano alcune centinaia di migliaia di aderenti e ancor più numeroso è il numero di venezuelani che possiedono armi da fuoco.

31 Sanciones más severas contra Venezuela solo agravarían la crisis, 7 agosto 2017 El pizarrón de Fran.

32 Vedi nota 21.

33 Ibidem.

34 Antonio Moscato, Ma che strano socialismo … , antoniomoscato.altervista.org

35 Caso non unico in America Latina: Arbenz (Guatemala anni 1951/1955), Alvarado (Perù, anni ’70), Torres (Bolivia, 1970/1971).

36 Vedi la prima parte di questo testo.

37 Le opinioni sui militari venezuelani sono disparate. Il sociologo messicano Gilberto López y Rivas, esperto delle relazioni fra militari statunitensi e militari latinoamericani, scrive: <<Visionario, come era Chávez, immaginò nell’unità civico-militare, la modernizzazione della FANB (Fuerza Armada Nacional Bolivariana, nda), l’acquisto di armamenti di nuova generazione (in parte consistente in Russia per non dipendere per i ricambi dagli Stati Uniti, nda), la creazione delle milizie e l’incorporamento della strategia di guerra di tutto il popolo alla sua dottrina militare, la possibilità di portare a termine una rivoluzione di orientamento apertamente socialista con mezzi pacifici e democratici.>>, da En defensa de la Fuerza Armada Nacional Bolivariana, http://www.jornada.unam.mx/2017/08/25/opinion/024a2pol. La tragica esperienza di Allende in Cile aveva insegnato qualcosa.! Altri parlano invece di vasta corruzione nei vertici della FANB.

38 Operante per varie decadi a Panama e oggi ribattezzata diplomaticamente “Istituto dell’Emisfero Occidentale di Cooperazione per la Sicurezza”, fu trasferita nel 1984 a Fort Benning in Georgia, da cui sono usciti un gran numero di militari golpisti nei rispettivi paesi latinoamericani. Nel web sono reperibili i suoi manuali di tortura e di contro-insurrezione.

39 11 tesis sobre Venezuela y una conclusión escarmentada … blogs.publico.es/…monedero/…/11/11-tesis-sobre-venezuela-y-..

40 Il Sistema Nacional de Misiones è una serie di programmi sociali sviluppati a partire dal 2003 destinati a concretizzare obiettivi specifici di avanzamento sociale. La prima e più importante fu la Mision Barrio Adentro per strutturare un sistema di assistenza medica capillare. Seguirono la Mision Robinson per l’alfabetizzazione totale del paese e così via. Le Misiones coprirono una serie di obbiettivi sociali, economici, politici, scientifici. Per superare le inerzie di una burocrazia inefficiente e corrotta la loro realizzazione non fu affidata ai ministeri competenti ma all’esercito, con il coinvolgimento dei cittadini stessi.

41 Il cambio amministrato è stabilito in 10 bolivar per dollaro per importazioni di alimenti di base (alimenti per i quali il paese dipende per il 70% dalle importazioni!), e in 700 bolivares per dollaro nel cosiddetto sistema marginal de devisas. Infine nel mercato nero (mercado paralelo) oggi il dollaro vale 5.000 bolivares. Questo incrementa le cosiddette Empresas del maletín (i maletín sono le valigette dei manager), dove si ottengono dollari a 10 bolivares falsificando attestati di importazione di beni primari e rivendendo poi sul mercato parallelo. Vedi Stefanoni, nota 26.

42 Una documentazione ricca e precisa di queste politiche economiche estrattiviste suicide è disponibile sia nel libro di Pablo Davalos, ‘Democrazia Disciplinare. L’altra faccia del progetto neoliberista’ che quello di Zibechi ‘La nuova corsa all’oro’, entrambi pubblicati da Mutus Liber, Riola (BO), 2016.

43 Stimate in ottanta miliardi di barili nel 2004, oggi risultano salite a 298.

44 Proprio nei giorni scorsi è stato inaugurato il primo impianto di estrazione del coltan, minerale raro e indispensabile per l’industria elettronica, per disporre del quale il Congo soffre da anni guerre terribili e occultate.

45 <<Lo stesso presidente Maduro afferma che tra imprese fittizie e importazioni fantasnma sono spariti 250 miliardi di dollari>> (Luis Britto García, citato da R. Zibechi, http://brecha.com.uy/)

46 Vedi: Tecniche sperimentate di disinformazione, sul sito di Antonio Moscato.

47 Saab rivestiva precedentemente la carica di Difensore del Popolo, cioè di investigatore, difensore e supervisore delle denunce su eventuali violazioni dei diritti umani.

49 L’Assemblea Nazionale a maggioranza mudista ha infatti eletto una nuova TSJ, alcuni membri del quale sono fuggiti in Argentina dove, a quanto pare, hanno iniziato a operare in concorrenza con il TSJ chavista, rimasto in carica.

50 Per un approfondimento vedi sul sito di Antonio Moscato un altro testo di Lander: L’Assemblea costituente madurista, antoniomoscato.altervista.org/index.php?…edgardo-lander-lassemblea-costituente-ma…

51 Tomás Helmut Straka Medina (25 ottobre 1972), è venezuelano ed è docente di Storia e ricercatore presso la Andrés Bello Catholic University; è autore, tra vari lavori e saggi, di La Voz de los Vencidos (2000), Hechos y gente, Historia contemporánea de Venezuela (2001), Un Reino para este mundo (2006), La épica del desencanto (2009), La república fragmentada. Claves para entender a Venezuela (2015.

52 In realtà non si tratta, salvo errore, di giudici in carica nel TSJ, salvo il caso della Ortega (‘esiliata’ o ‘andata in esilio’?) ma di alcuni dei 13 nuovi giudici eletti dall’Assemblea a maggioranza ‘mudurista’, secondo le competenze che le spetterebbero. 8 di questi hanno creato un TSJ alternativo all’estero che avrebbe già compilato un elenco con un centinaio di nomi legati al Governo accusati di corruzione.

53 Vedi su antoniomoscato.altervista.org/

54 Ora sappiamo che le elezioni per i Governatori si terranno il prossimo 15 ottobre ma disgiunte da quelle delle relative assemblee che si terranno probabilmente entro la fine dell’anno.

55 Ancora Straka: <<Né nella conferenza stampa del 30 luglio, né nell’assemblea in cui si presentarono insieme dirigenti dell’opposizione e dissidenti chavisti il 5 agosto, si erano fatte dichiarazioni che indicassero un indirizzo chiaro da seguire. Al contrario, l’annuncio della partecipazione alle elezioni amministrative di dicembre aveva disorientato i loro seguaci ancora di più: dopo aver dichiarato illegali il governo e la commissione elettorale, e dopo aver proclamato che quanto avvenuto il 30 luglio era stata una frode, partecipare alle elezioni [comunali e regionali] organizzate da quelle stesse autorità governative ed elettorali è stato ritenuto, come minimo, il tacito riconoscimento di entrambe e, di fatto, una capitolazione. Una decisione basata su argomenti così “forti” come quello di non lasciargli liberi tutti gli spazi meriterebbe perlomeno di essere presentata meglio politicamente.>> Da notare come ben diverse fossero le previsioni di questo articolista appena due mesi prima in El chavismo opositor, la protesra social y la crisis venezolana, nuso.org/…/el-chavismo-opositor-la-protesta-social-y-la-crisis-v…

56Le sanzioni di Trump inoltre sono illegali secondo la legge statunitense e quella internazionale. Violano la Carta dell’Organizzazione degli Stati Americani (Capitolo 4, Articolo 19) e altri trattati internazionali che gli Stati Uniti hanno firmato”.

57 Las sanciones causarán más daño, Página12 https://www.pagina12.com.ar/59747-las-sanciones-causaran-mas. Da notare che Weisbrot non esclude che Trump possa aver preso questa decisione per alleggerire le pressioni dei suoi oppositori statunitensi in un periodo non particolarmente felice per il suo governo.

58 Da L’Antidiplomatico, Fabrizio Verde, 2 settembre 2017. “Lilian Tintori, le indagini e una domanda: chi finanzia i suoi viaggi?” <<Secondo un approfondimento giornalistico del quotidiano venezuelano Últimas Noticias, realizzato nel 2016, Tintori avrebbe realizzato ben 55 viaggi all’estero, percorso 125 mila chilometri, visitato 20 paesi e speso oltre 5 milioni di dollari fino al momento della pubblicazione. Interrogata circa la provenienza dei fondi necessari a realizzare tale frenetica attività in giro per il mondo, la donna risponde in maniera evasiva, parlando di non meglio specificati venezuelani residenti all’estero. Il governo venezuelano, invece, la accusa di essere finanziata da fondazioni private, governo degli Stati Uniti e governi europei.

59 ALBA, Alternativa bolivariana per l’America Latina: un accordo di cooperazione politica, sociale ed economica tra alcuni paesi dell’America Latina e caraibici, promossa dal Venezuela e da Cuba, alternativo alla competitività e dipendenza dei Trattati di Libero Scambio.

60 Vedi il dettaglio, comprese le percentuali dei votanti, su Historial del índice de partecipación en votaciones venezolanas in La Jornada, 1 di agosto 2017, p.21

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Difendere la terra e i beni comuni non è mai stato così pericoloso Nuovo rapporto di Global Witness denuncia record di omicidi

Managua, 26 luglio (Rel-UITA | LINyM) -. “Nel 2016 si è registrato il record di 200 difensori
della terra, dei boschi e dei fiumi assassinati per il loro impegno contro le industrie distruttive”,
segnala il rapporto Difendere la Terra dell’organizzazione britannica Global Witness.
Il modello di accumulazione estrattiva ha obiettivi molto chiari: appropriarsi delle terre e dei
territori, convertire i beni comuni in merce, elevare i profitti a qualsiasi costo. I principali
promotori di questo funesto modello sono le grandi imprese multinazionali -spesso colluse
con governi, politici corrotti e gruppi economici locali- che usano accordi commerciali bilaterali
o multilaterali per aggirare le legislazioni nazionali ed eliminare qualsiasi ostacolo tecnicogiuridico.
Gli organismi finanziari e le istituzioni creditizie internazionali lubrificano, con i loro soldi, la
macchina perversa dell’esproprio sistematico e strutturale di cui sono vittime comunità e
popolazioni, che continuano a non essere prese in considerazione nè consultate al momento
di invadere e saccheggiare le loro terre.
La militarizzazione dei territori, la persecuzione, l’uso perverso della “giustizia”, l’omicidio
selettivo, tutto praticamente in totale impunità, chiudono il cerchio macabro e consolidano il
modello depredatore.
Più morti, più distruzione
Il rapporto Difendere la Terra (scarica il pdf QUI) non si limita a confermare questa analisi,
ma mostra nuovi e allarmanti dati su quanto sia diventato letale lottare per il futuro del nostro
pianeta.
D’accordo con il documento presentato la settimana scorsa, almeno 200 persone impegnate
nella difesa della terra e dell’ambiente – circa quattro alla settimana – sono state assassinate
nel 2016.
Quasi il 40% delle vittime sono indigene, mentre l’industria mineraria e la ricerca/estrazione di
idrocarburi si confermano come i settori più pericolosi per gli attivisti ambientali (33 omicidi),
seguiti dallo sfruttamento forestale e dall’espansione dell’agroindustria, entrambi ritenuti
responsabili di 23 omicidi.
Questa tendenza non è solo in crescita – sono 15 attivisti assassinati in più del 2015 e 84
rispetto al 2014 – ma si sta anche ampliando geograficamente con omicidi disseminati in 24
nazioni (nel 2015 erano 16).
Molti degli omicidi di difensori della terra e dei beni comuni non vengono nemmeno denunciati
o comunque non sono oggetto d’indagine. Le cifre potrebbero essere quindi molto superiori.
Un’epidemia letale che avanza nel mondo.
L’omicidio è poi solo una delle tante tattiche utilizzate per mettere a tacere attivisti e attiviste.
Il rapporto segnala infatti minacce di morte, persecuzione, arresti, aggressioni sessuali e l’uso
strumentale della giustizia.
“Quest’ondata di violenza è dovuta all’intensa lotta per la terra e per le risorse naturali, dato
che le aziende che operano nel settore estrattivo, energetico e agroindustriale sono disposte
a calpestare i diritti di intere popolazioni pur di garantirsi lauti guadagni.
Man mano che nuovi progetti estrattivi sono imposti alle comunità, molte delle persone che
osano alzare la voce e difendere i propri diritti sono messe a tacere in modo brutale”, segnala
Global Witness.
America Latina: il posto più pericoloso
Ancora una volta, l’America Latina appare come la regione più pericolosa per coloro che
proteggono la terra e l’ambiente dall’aggressione dell’industria estrattiva.
Il 61% dei crimini (122) si è verificato nella regione latinoamericana. Il Brasile (49) e la
Colombia (37) restano i paesi più letali a livello mondiale, mentre l’Honduras (14) è diventato
quello più pericoloso dell’ultimo decennio (vedi il rapporto speciale sull’Honduras QUI).
Il rapporto di Global Witness registra anche un preoccupante aumento degli omicidi legati alla
terra in Nicaragua, dove il conflitto tra coloni invasori e indigeni miskitos avrebbe lasciato un
saldo di 11 morti.
Filippine (28) e India (16) figurano in cima alla lista delle nazioni asiatiche e la Repubblica
Democratica del Congo (10) a quella delle africane.
Malgrado le difficoltà per identificare i responsabili di così tante persone assassinate, il
rapporto di Global Witness assicura di possedere “evidenze solide” circa il coinvolgimento
diretto della polizia e dell’esercito in almeno 43 omicidi, e quello di entità private -come
guardie di sicurezza e sicari- in altre 52 esecuzioni sommarie.
Il tragico omicidio in Honduras della leader indigena Lenca, Berta Cáceres, è un esempio
chiaro di come le forze repressive dello Stato e del capitale nazionale e internazionale siano
implicate nello spargimento di sangue innocente.
Di fronte a questa situazione, Global Witness chiede a governi, imprese e investitori di
promuovere politiche e predisporre misure per garantire che le comunità possano decidere
liberamente sull’utilizzo delle proprie terre.
“I governi e gli imprenditori non stanno affrontando la principale causa degli attacchi e cioè
l’imposizione di progetti estrattivi alle comunità senza il loro consenso libero, preventivo e
informato.
La protesta diventa, quindi, l’unico strumento possibile in mano alle comunità per combattere
l’imposizione di un modello che le priva del diritto di decidere”, segnala il rapporto Difendere
la Terra.
L’organizzazione britannica ha anche chiesto che venga garantita la protezione per tutte
quelle persone che lottano in difesa delle terre e dei beni comuni, garantendo la loro
sicurezza e combattendo l’impunità per i delitti già commessi.
Fonte originale: Rel-UITA
Traduzione: Giampaolo Rocchi

AI POPOLI INDIGENI DEL MONDO E ALLA LORO LOTTA PER ESISTERE

Tratto da: America Latina dal basso, n,ro 3/2016

Oggi vi raccontiamo dei popoli indigeni dell’America Latina pensando ai popoli indigeni del mondo, ovunque in resistenza affermando il proprio diritto ad esistere con le loro culture e valori, primo fra tutti l’armonia con la Madre Terra. Cogliamo l’occasione di un triste anniversario per fare della vittima, una fra troppe, un simbolo di queste lotte:

 

“RICORDANDO BERTA CÁCERES

Berta Isabel Cáceres Flores, leader del popolo indigeno Lenca e co-fondatrice del Consiglio delle organizzazioni popolari ed indigene dell’Honduras (COPINH), fu assassinata il 3 marzo 2016 in Honduras. Secondo notizie di questi ultimi giorni, i suoi assassini sarebbero componenti delle forze speciali hondureñe, due dei quali avrebbero nel loro curriculum la formazione controinsurgente ricevuta nella famosa Escuela de las Americas.

La rivista Altreconomia ha pubblicato una intervista con Gustavo Castro, unico testimone del suo assassinio (https://altreconomia.it/berta-un-anno/). Molti italiani che hanno frequentato il Chiapas nei primi anni dopo l’insurrezione zapatista in Chiapas ricorderanno Gustavo come cofondatore, con Onesimo Hidalgo, del Centro de Investigaciones Económicas y Políticas, AC (CIEPAC). Dopo la sparizione di questo, Gustavo, con altri colleghi, ha fondato Otros Mundos Chiapas AC. (http://otrosmundoschiapas.org/).”

*** *** ***

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Immagine tratta da internet di un popolo indigeno.

IL QUADRO PIU’ COMUNE DEI CONFLITTI

Elencare qui tutti i conflitti in corso e le uccisioni legate a questi richiederebbe troppo spazio. Ne abbiamo selezionati tre per la loro attualità e importanza ma molti altri sarebbero da citare, ripromettendoci nei prossimi numeri del Mini, quale che sia la tematica trattata, uno spazio per illustrare volta a volta quello che ci sembrerà più rappresentativo di questa triste catena.

A fine gennaio il giornale telematico comune-info ha pubblicato un importante articolo della ricercatrice messicana Silvia Ribeiro, dal titolo La Ribellione indigena delle Americhe (http://comune-info.net/2017/01/la-ribellione-indigena-nelle-americhe/) che fin dall’inizio ricorda con chiarezza le cause principali di questi conflitti:

Da un estremo ad un altro, i popoli indios delle Amériche vivono, costruiscono e resistono. Resistono alle invasioni, sui loro territori, di miniere, industrie petrolifere, grandi dighe, gasdotti, all’abbattimento dei loro boschi e alle mega piantagioni di monocolture di alberi, ai parchi eolici, alle piantagioni di transgenici e alle fumigazioni di agrotossici, all’avanzare indiscriminato di progetti immobiliari, alla contaminazione e furto delle loro terre, fiumi, laghi, e aria. Resistono inoltre ai mille modi per tentare di renderli invisibili, di affermare che non esistono o che non sono popoli; affinché ogni lotta, quando viene alla luce e suscita solidarietà, venga vista come un fenomeno localizzato e isolato, dove non c’è storia, non c’è identità, non c’è organizzazione, non c’è solidarietà e reti con molti altri. Le lotte indigene hanno molti livelli di significato che ci toccano tutti e tutte, anche se spesso li percepiamo solo a partire dalle loro resistenze nei momenti di repressione e minaccia.

(Per chi volesse approfondire la tematica dei conflitti legati all’estrattivismo nelle sue varie forme, e che supera i confini dell’America Latina, suggeriamo la lettura del saggio di Raúl Zibechi La nuova corsa all’oro. Società estrattiviste e rapina, scaricabile gratuitamente dal sito https://camminardomandando.wordpress.com/quaderni/la-nuova-corsa-alloro-societa-estrattiviste-e-rapina (esiste anche una edizione cartacea che si può richiedere a aldozanchetta@gmail.com)]

 

BRASILE – IL CASO DEL POPOLO INDIGENO KAIOWÁ-GUARANÍ

A questo caso, di gravità eccezionale, dedicheremo uno dei prossimi numeri in occasione di una campagna internazionale di sostegno che sta prendendo ora forma. Descriviamo sinteticamente la situazione estraendola da una dichiarazione del Tribunal Popolar che opera a sostegno di questa popolazione:

L’accordo tra i grandi proprietari terrieri e la borghesia, per il potere legislativo, esecutivo e giudiziario, minaccia di ridurre finanche quei pochi diritti rimasti, conquistati dai popoli indigeni, in particolare, con la Costituzione del 1988. Dei 594 membri del Parlamento che compongono il Congresso Nazionale, 207 di questi sono i diretti rappresentanti della grande industria agroalimentare. Questo gruppo parlamentare sta mettendo mano a molti diritti conquistati con la Costituzione del
1988, approvando misure provvisorie, emendamenti e riforme costituzionali contro più di 300 popolazioni indigene viventi in Brasile.
In questo momento, non si sa quale sarà il futuro del nostro paese e tanto meno il futuro delle popolazioni indigene, sia di quelle che vivono nei loro villaggi tradizionali che di quanti si trovano in contesti urbani. Per quanto riguarda l’ambiente, secondo l’Instituto Nacional de Pesquisas Espaciais (Istituto Nazionale di Ricerca Spaziale – INPE), la deforestazione in Brasile ha raggiunto circa 5.800 Km² nel 2015, una superficie equivalente alla Palestina (5.660 km²), la Cisgiordania, oltre a 360 km² della Striscia di Gaza). [1].
Nello stesso anno, secondo il Conselho Indigenista Missionário (Consiglio Missionario Indigenista – CIMI), 137 indigeni sono stati uccisi in Brasile. Di questi delitti, 36 sono stati commessi a Mato Grosso do Sul, prevalentemente contro i Guarani Kaiowá. [2]. Il Congresso Nazionale ha intenzione di ridurre drasticamente i territori indigeni in Brasile con la proposta di emendamento costituzionale 215 (PEC 215), cosa che comporterebbe una riduzione dall’attuale 13% al 2,6% di territorio brasiliano per queste popolazioni, causando ulteriori disboscamenti, crimini ed eccidi di indigeni che vivono nelle loro terre tradizionali.

In seguito all’ennesima minaccia di essere scacciati dalla propria terra, l’8 ottobre 2012 la comunità indigena Guarani-Kaiowá [it] di Pyelito Key/Mbarakay, nella città di Iguatemi, nello stato del Mato Grosso do Sul (MS) ha scritto una lettera aperta ampiamente ripresa sia dalla stampa internazionale che online, che rilancia il grido di resistenza contro la prospettiva di morte che minaccia un’intera popolazione:

Chi accuseremo per le violenze subite ? Quale giustizia brasiliana? Se è proprio la giustizia federale a generare ed alimentare la violenza contro di noi. (…).Sappiamo bene che al centro di questo nostro antico territorio sono sepolti la maggior parte dei nostri nonni, delle nostre nonne e dei nostri avi, che quello è il cimitero dei nostri antenati. Coscienti di questo, siamo destinati e vogliamo essere uccisi e sepolti insieme ai nostri antenati proprio qui dove ci troviamo oggi e per questo chiediamo al Governo ed alla giustizia federale che non emani l’ordine di espulsione dalle nostre terre ma direttamente la nostra morte collettiva e la nostra sepoltura in questo luogo. (https://it.globalvoices.org/2012/11/brasile-il-grido-di-resistenza-dei-guarani-kaiowa/)
A causa di questa situazione di smarrimento oltre mille giovani kaiowá si sono suicidati negli ultimi 20 anni !

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Altra immagine di un popolo indigeno tratta da internet.

HONDURAS – L’APPELLO DEL POPOLO AFRO-DISCENDENTE GARÍFUNA DIFFUSO DA OFRANEH

L’appello ci offre l’occasione per ricordare che oltre ai popoli originari esistono altre realtà indigene, in particolare le comunità afro, discendenti degli schiavi africani selvaggiamente trasferiti dalle loro comunità native nelle Americhe. Mercato degli schiavi con il quale potremmo trovare qualche analogia con la situazione attuale dei migranti. L’appello è interessante perché ricorda altre quattro cose:

– La visione matriarcale di queste popolazioni

– Il rifiuto esplicito del concetto occidentale di “sviluppo”

– L’amore per la Madre Terra, perno della propria cosmovisione

– L’aleatorietà delle leggi di “consultazione preventiva”[1]

Nell’appello si ricorda come OFRANEH sia l’Organizzazione Fraterna Negra del popolo garífuna dell’Honduras per la difesa dei propri diritti culturali e territoriali, sorta nel 1978. In esso si legge fra l’altro:

In questo momento siamo impegnati nella difesa del nostro territorio ancestrale, il quale è aggredito dalle pressioni territoriali provenienti da imprese turistiche e dalla produzione di palma africana, oltre che dalle politiche dello stato nazionale. Nello stesso momento promuoviamo un processo di informazione diretto al nostro popolo attraverso radio comunitarie e assemblee permanenti, dando enfasi al lavoro di genere, tenendo conto la visione matriarcale del popolo garífuna.
Abbondano gli esempi di interventi statali in nome di un supposto “sviluppo” accompagnati da militarizzazione e da violenze. Ai popoli indigeni, in pieno XXI secolo, viene imposta la visione occidentale dell’accumulazione del capitale e della sua generazione in contrapposizione alle nostre cosmo visioni incentrate sul rispetto della madre terra.
Da analisi realizzate da popoli indigeni in diversi paesi del continente dove esistono leggi di “consultazione preventiva” risulta che possono esistere legislazioni o regolamenti perfetti, ma queste vengono annacquate nell’applicazione di fronte alla debolezza esistente nell’implementazione dello stato di diritto e la corruzione imperante in America Latina. Il razzismo radicato in un continente dove prevale il feudalesimo, trasforma la legge di consultazione in un puro formalismo che le imprese devono aggirare per esercitare in associazione con gli stati-nazione il colonialismo nel XXI secolo.

ECUADOR – IL GOVERNO CONTRO IL POPOLO AMAZZONICO SHUAR

Il conflitto fra il governo di Rafael Correa e il popolo amazzonico degli shuar, una delle etnie più tutt’oggi compatte eorgogliose, ha portato nel dicembre dello scorso anno alla militarizzazione del territorio abitato dalla comunità Shuar di NanKints in Morona di Santiago. L’origine del conflitto è dovuto a una concessione mineraria (ExplorCobres) ad una impresa cinese nella quale è prevista la costruzione della diga di Barro Blanco Panamá e l’inondazione della aldea sacra di Kiad. La concessione è stata effettuata senza rispettare la posizione assunta dalla comunità Buglé nelle consultazione effettuata. La reazione degli shuar è stata violenta e negli scontri che sono seguiti è stato ucciso un poliziotto e altri sono stati fatti prigionieri e sono tuttora in mano shuar e ciò a seguito dell’arresto di alcuni leader indigeni.
(http://www.ohchr.org/SP/NewsEvents/Pages/DisplayNews.aspx?NewsID =21065&LangID=S)

Questa situazione di grave tensione sarà aggiornata in un prossimo Mini che riguarderà l’Ecuador una volta noti i risultati del secondo turno delle elezioni presidenziali che vedono il ballottaggio fra Lenin Moreno, candidato dello schieramento governativo Alianza Pais (39,33%, a un pelo dal 40% che lo avrebbe visto vincitore) e già Vicepresidente e Guillermo Lasso, il banchiere leader dello schieramento di destra (29,19%).
Anticipiamo solo un’osservazione, ricordando lo scandalo Odebrecht, la grande impresa di costruzioni brasiliana al centro delle traversie giudiziarie che in Brasile hanno investito tanto il governo Dilma Roussef come i suoi oppositori, andati al governo con quello che è stato definito un “colpo di stato giudiziario”. Questo scandalo, che ha coinvolto con atti di corruzione leader politici di quasi tutti i paesi latinoamericani e anche alcuni africani, ha colpito anche l’entourage di Moreno (personalmente non coinvolto ad oggi). Come ha dichiarato il leader indigeno kichwa Humberto Cholango, egli si sentirebbe imbarazzato a votare per un banchiere ma non si può sostenere Moreno senza che gli venga chiesto di mettere in discussione il progetto paese di Alianza Pais, di chiaro stampo “sviluppista”. Come ha ricordato Eduardo Gudynas estrattivismo, grandi opere e corruzione sono fenomeni strettamente collegati (http://ambiental.net/2016/12/corrupcion-y-extractivismos-mutuamente-asociados/)
Nelle passioni suscitate dal processo elettorale in Ecuador, che vede in America latina rilevanti personalità della sinistra a difesa acritica del ciclo, oggi in crisi, dei governi “progressisti”, le elezioni ecuadoriane sono state addirittura lette come una nuova “battaglia di Stalingrado ! (Atilio Boron, http://www.cubadebate.cu/opinion/2017/02/05/la-batalla-de-stalingrado-se-librara-en-ecuador/). Nella opposizione a Lasso, che appare a mio parere più che comprensibile, e nell’augurio di vittoria a Lenin Moreno, stupisce però una solidarietà incondizionata che tace sulle politiche neoliberiste attuali del paese. Come anche il silenzio sui conflitti sociali in corso che hanno portato in carcere centinaia di attivisti sociali. Ma è un altro discorso, sul quale ritorneremo.

Nicaragua Granada, chi trae profitto dal turismo? I risultati dello “sviluppo” e una distribuzione per nulla equa

granadaGranada è senza dubbio una delle maggiori attrazioni turistiche del Nicaragua. Situata sulle rive del lago Cocibolca a soli 45 km al sudest della capitale, questa città coloniale attrae ogni anno quasi un milione di visitatori e si calcola che tra il 70 e l’80% delle persone che visitano il Nicaragua passano da Granada. Questo è anche il riflesso della forte crescita che il turismo ha avuto in questo paese centroamericano durante gli ultimi dieci anni.

D’accordo con il più recente rapporto dell’Istituto Nicaraguense del Turismo (INTUR) quasi 1,5 milioni di visitatori sono arrivati in Nicaragua l’anno scorso (2015) e questo rappresenta una crescita del 4,3% in confronto all’anno precedente. Il soggiorno medio è stato di 8,7 giorni e sono state 44 le navi da crociera arrivate nel paese con quasi 47 mila escursionisti sbarcati. L’attività turistica ha generato 528 milioni di dollari, con una crescita del 18,7% e questo ha rappresentato il 21% del totale delle esportazioni, collocandosi come il prodotto che più porta soldi al paese.

Per dimensionare l’importanza che ha Granada nella regione che porta il medesimo nome in questo contesto di sviluppo dell’industria turistica nicaraguense, è necessario analizzare con molta attenzione i dati che l’Intur dichiara nella sua relazione. I centri turistici che questo ente governativo amministra, hanno ricevuto l’anno scorso più di 2,3 milioni di visitatori tra nazionali e internazionali, con un tasso di crescita del 18,8%. Granada ha inciso per il 53,5% su questo risultato.

Il Nicaragua dispone di 1.057 esercizi alberghieri ed extralaberghieri, il 52% dei quali sono situati nei dipartimenti di Managua, Rivas, Granada e Leon. Oltre ad essere la seconda regione con maggior offerta turistica di alloggio (12,3% a livello nazionale), Granada ha sperimentato negli ultimi 4 anni una crescita del 59% per ciò che riguarda le camere e del 76% per gli esercizi. Una crescita senza precedenti che sicuramente manterrà questi livelli di crescita durante l’anno in corso.

Granada sconosciuta

Granada è cambiata molto negli ultimi venti anni, però chi in realtà si sta approfittando di questo boom? “Negli anni 80 e 90 Granada viveva di agricoltura e di piccola industria, attività che stanno scomparendo per le politiche neoliberiste implementate dai governi di turno. Questo “vuoto” è stato riempito in modo graduale da una incipiente industria turistica che cercava nuove destinazioni esotiche” ha detto ad Alba Sud Ángel Ávalo, segretario generale del sindacato dei lavoratori degli hotel, ristoranti e similari del dipartimento di Granada (Sithresgra).

E’ a partire dal nuovo secolo che l’industria turistica affonda il piede sull’acceleratore. “Arrivavano quantità di stranieri attratti dai bassi prezzi degli immobili e per la presenza di autorità locali compiacenti con una dinamica accaparratrice e rivolta all’estero. In poco tempo si sono impadroniti di tutto il centro storico e della parte coloniale della città. Fino a creare società con i granadinos arricchiti che hanno ceduto loro le case e si sono messi in affari. I prezzi dei terreni e delle case sono iniziati ad aumentare in modo significativo in tutta la città, e le famiglie meno abbienti che avevano venduto le loro proprietà furono gradualmente espulse verso i quartieri marginali della città” ha ricordato Ávalo.

Però questo fu solo l’inizio. “Ciò che abbiamo sofferto non è stata solamente un’invasione che comportò la perdita di costumi e tradizioni, ma anche e soprattutto una vera e propria denaturalizzazione del patrimonio originale. Sono nate catene di bar e ristoranti che hanno iniziato a crescere e hanno alterato drasticamente l’aspetto e l’architettura originaria. E’ vero che la città pare più bella e attrae grandi quantità di turisti, però il costo sociale è stato molto alto”, ha spiegato il dirigente sindacale.

Costi sociali

Uno dei costi sociali più elevati è l’aumento della prostituzione, in particolare quella infantile, e il consumo di sostanze stupefacenti. Ávalo ha detto che esiste una connivenza tra i alcuni settori dei proprietari di hotel e lo sfruttamento sessuale commerciale. “Per non essere arrestate dalle autorità di polizia e del governo, le minori di età stanno uscendo dopo le 23 o dopo mezzanotte e vanno a bussare alla porta degli hotel, degli ostelli e delle pensioni in cerca di stranieri. Per poter entrare offrono parte del loro guadagno. A volte sono gli stessi proprietari che le mandano a chiamare quando il cliente chiede “compagnia” o che le assumono come cameriere per poi avviarle alla prostituzione. Gli stranieri pensionati sono quelli che maggiormente cercano bambine minori di età” ha raccontato ad Alba Sud.

Lo sfruttamento sul lavoro è un altro dei tanti “effetti collaterali” dell’espansione turistica. “La maggioranza dei lavoratori e delle lavoratrici sono precari, non guadagnano nemmeno il salario minimo e non hanno diritto agli elementi essenziali del rapporto di lavoro. Ci sono molti casi in cui il salario dipende esclusivamente dalle mance che ricevono dai clienti durante le lunghe giornate di lavoro”, ha aggiunto Ávalo.

Ha anche raccontato che ci sono proprietari di hotel a quattro o cinque stelle o ristoranti di lusso che, per pagare il salario minimo che corrisponde a una categoria inferiore – in questo caso la micro, piccola e media azienda turistica – dichiarano una quantità minima di impiegati con contratti a tempo indeterminato.

Non deve sorprendere, quindi, che organizzarsi sindacalmente nel settore del turismo continua a essere un sogno difficilmente realizzabile. “Di nascosto per non subire ritorsioni siamo riusciti, a fatica, a costituire questo sindacato che opera a livello regionale, però per il momento siamo riusciti a sindacalizzare solamente uno scarso 5% della totalità dei lavoratori e lavoratrici del settore. I principali problemi sono la continua rotazione del personale, la precarietà del lavoro e, soprattutto, la paura di subire le rappresaglie dei datori di lavoro e di essere licenziate” ha continuato il segretario generale del Sithresgra.

Come il caso dei tre lavoratori che lavoravano in un ristorante sul lungolago di Granada e che si erano avvicinati al sindacato per saperne di più sui diritti del lavoro. “La loro situazione era di totale sfruttamento. Lavoravano fino alle 3 o le 4 del mattino e prendevano tra i 40 e i 50 dollari al mese. Quando il proprietario se ne accorse li licenziò in tronco. Adesso li stiamo assistendo e porteremo il loro caso ai tribunali” ha detto Ávalo.

Altro caso emblematico è quello delle carrozzelle coi cavalli, una delle attrazioni di Granada. Fino a un anno fa erano i loro proprietari a condurle, però l’aumento continuo delle tasse derivato dall’espansione turistica li ha praticamente obbligati a vendere a investitori stranieri. Ora gli antichi proprietari si sono convertiti in dipendenti.

La cantilena del turismo e lo sviluppo

In tutto il Centroamerica, e il Nicaragua non è un’eccezione, i governi presentano il settore turismo come la punta di lancia per la creazione di lavoro, l’entrata di valuta estera, la creazione di benefici per le comunità che ne sono coinvolte. Oramai si è convertita in una cantilena. Purtroppo sono molto pochi i casi in cui le autorità nazionali si preoccupano di verificare di che tipo di lavoro si tratta, di quali benefici stiamo parlando e dove finisce tutto questo denaro.

E’ vero che il turismo porta investimenti e posti di lavoro, però affinché questo funzioni bisogna sempre tenere presente la parte sociale. Bisogna promuovere con forza un’alleanza tripartita che promuova il rispetto delle leggi e del patrimonio storico, culturale e tradizionale. Allo stesso tempo, bisogna prendere molto sul serio e agire con decisione per eradicare la prostituzione e il consumo di sostanze tossiche. Fino ad ora la risposta delle autorità è stata molto debole”, ha concluso Ávalo.

Fonte: Alba Sud

di Giorgio Trucchi / Alba Sud

granadaTraduzione: Sara Elter

Honduras Hanno ucciso uno spirito indomito

Honduras

Hanno ucciso uno spirito indomito

Bertha Cáceres lascia in eredità l’impegno deciso e inflessibile a favore

dei diritti ancestrali delle popolazioni indigene

Bertita e il suo fiume Gualcarque (Foto G. Trucchi | Rel-UITA)

Per tutta la vita sono stata cosciente di quello che mi può succedere continuando con questa lotta, così come sono cosciente che stiamo lottando contro un potere oligarchico, bancario, finanziario e internazionale, oltre che contro lo stesso Stato honduregno e i suoi organi repressivi, che storicamente si sono piegati agli interessi delle grandi imprese multinazionali. Non mi piegheranno!” (Bertha Cáceres, giugno 2013).

Así estamos
consternados
rabiosos
aunque esta muerte sea
uno de los absurdos previsibles…


Mario Benedetti


Berrtha

Managua, 3 marzo (Rel-UITA | LINyM) -. Nemmeno ricordo quante volte ho intervistato Bertha Cáceres, Bertita come la chiamavamo. E non è facile riassumere una vita di lotta, di impegno inflessibile, in un articolo.


Ancor di più dopo poche ore dall’essere stato travolto da una valanga di messaggi, telefonate, comunicati stampa, che mi avvisavano che
Bertha fisicamente non è più qui con noi; che Bertha è stata vigliaccamente assassinata all’alba di questo 3 marzo mentre riposava nel suo letto, dopo l’inaugurazione del Foro sulle energie alternative dalla prospettiva delle popolazioni indigene.

Di lei possiamo dire che era la coordinatrice e storica militante del Consiglio civico delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras, Copinh, e che ha difeso, fino alla fine, i diritti ancestrali del popolo nativo Lenca di fronte agli assalti di un modello patriarcale, di sfruttamento e di monopolio delle risorse naturali.

Per questa lotta è stata ripetutamente minacciata, perseguitata, processata, incarcerata e repressa. Non ho nessuno dubbio che per questa stessa lotta sia stata assassinata, né che si tratti di un crimine fortemente e profondamente politico.


La prolungata
lotta nella zona di Río Blanco contro il progetto idroelettrico Agua Zarca, promosso dall’impresa di capitale honduregno Desarrollos Energéticos S.A. de C.V. (DESA) e finanziato da istituzioni finanziarie europee e imprese di costruzione cinesi, ha fatto il giro del mondo.

Per questo, lo scorso 20 aprile, Bertha ha ricevuto il Premio Goldman 2015 per l’ambiente, il più alto riconoscimento al mondo per gli attivisti ambientali di base. Lo aveva dedicato al popolo Lenca, al Copinh, al suo coraggio e alla sua storica resistenza.


In quell’occasione, un po’ emozionata, mi aveva detto che sia il popolo Lenca che gli altri popoli nativi dell’Honduras “si trovano di fronte a un progetto egemonico promosso dal grande capitale nazionale e multinazionale, i cui interessi sono rivolti al settore energetico, minerario e dell’industria agroalimentare. Questo implica la privatizzazione di interi territori e delle risorse idriche, e costituisce una minaccia molto grave”.


Le sue parole erano risultate ancor più serie quando le avevo chiesto se quel premio sarebbe potuto essere un elemento di dissuasione per i responsabili di tanta violenza in
Honduras.

“Il governo adesso cerca di vincolare gli omicidi dei difensori dell’ambiente e della terra con la violenza comune, però ci sono sufficienti elementi per dimostrare che esiste una politica diretta, pianificata, strutturata e finanziata per criminalizzare la lotta di tutti i movimenti sociali e popolari”, mi aveva risposto Bertha.


“L’istallazione ed espansione di progetti multinazionali nei territori non genera solo conflittualità, ma molteplici forme di violazione dei diritti umani, tra cui gli omicidi. Spero di sbagliarmi
, ma credo che invece di diminuire, la persecuzione contro chi lotta si inasprirà”, aveva aggiunto.


Non si sbagliava.


Negli ultimi mesi a Río Blanco la campagna mediatica contro
Bertha e il Copinh si era intensificata. L’organizzazione indigena aveva denunciato la criminalizzazione della lotta, e la presenza di truppe d’assalto legate al partito di governo nonché attacchi indiscriminati, sia verbali che fisici, ai militanti.

Omicidio politico

Le manovre per farlo apparire un crimine comune

È un crimine politico. Bertha era una cipota linda, una lottatrice, coraggiosissima. Sono stato con lei, il Copinh e la Rel-UITA a Río Blanco, dove il popolo Lenca difendeva il fiume Gualcarque dalle minacce del progetto idroelettrico. Lottava per la vita, delle donne, della natura”, ha detto visibilmente commosso il noto dirigente sindacale Carlos H. Reyes.

È una notizia scioccante. Siamo indignati, sconvolti. Condanniamo con forza questo omicidio politico, commesso sotto un regime che continua a militarizzare il paese e a difendere gli interessi di qualche multinazionale che si sta impadronendo dell’Honduras”, ha indicato il presidente del Sindacato dei lavoratori dell’industria delle bevande e simili, Stibys.

E come si fa a non essere arrabbiati? Come si fa a non trovare, tra lacrime, ricordi, risate, abbracci, la forza di andare avanti, di gridare con forza ORA BASTA, di fronte a tanto orrore in Honduras?


Il 3 marzo, il Comitato dei famigliari dei detenuti scomparsi in Honduras, Cofadeh, ha emesso un comunicato nel quale esorta le banche internazionali, le finanziarie multilaterali e i governi a
“smettere di appoggiare questa perversa alleanza tra il sistema economico multinazionale, le forze militari, la polizia e i sicari locali che assassinano i difensori delle risorse naturali che appartengono ai popoli nativi”.


“Per tutta la vita sono stata cosciente di quello che mi può succedere continuando con questa lotta però non mi piegheranno!”. Queste parole me le aveva dette a poche ore da uno dei tanti processi a cui era stata sottoposta e che faceva parte della campagna di criminalizzazione sistematica di cui
Bertha Cáceres e il Copinh sono state vittime.


Adesso possono anche dire che è stato un omicidio per rapina o inventarsi qualsiasi movente stupido. Però conosciamo la verità, il popolo honduregno sa qual è la verità, il mondo intero sa cosa è successo all’alba del 3 marzo, quando
Bertha con il proprio sangue ha bagnato la terra sacra di Intibucá e ha piantato un altro seme di libertà.


Come
UITA condanniamo questo crimine politico e continueremo ad accompagnare il coraggioso popolo honduregno, il Copinh, il fiero popolo Lenca, che sicuramente troveranno, in questa tragedia, la forza per continuare la lotta.


Hasta siempre Bertita, che la terra ti sia lieve!

Di Giorgio Trucchi | Rel-UITA

Traduzione Giampaolo Rocchi

MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO

MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO

n.1/2016 dell’11 gennaio 2016

A CURA DI ALDO ZANCHETTA

Questi documenti sono diffondibili liberamente, interamente o in parte, purché si citi la fonte

UN NUOVO ANNO

Avendo chiuso l’anno parlando di quello che alcuni chiamano “fine ciclo” e altri “esaurimento” dei governi ‘progressisti’ latinoamericani, iniziamo l’anno in positivo. Il primo di gennaio sono 22 anni dall’insurrezione zapatista in Chiapas. La ricordiamo con un testo nel noto intellettuale messicano Juan Villoro. Di una cosa siamo certi: nel 2016 in America Latina la conflittualità sociale aumenterà. E, anche di questi siamo certi, in prima fila ci saranno gli indigeni. È quello che ci ricorda Ramon Vera Herrera nel primo numero di Ojarasca, il supplemento mensile del quotidiano La Jornada. E a queste lotte tutte quest’anno il Mininotiziario darà più spazio. A.Z.

*** *** ***

LA STELLA ZAPATISTA

di Juan Villoro

El País – 3 gennaio 2016

A gennaio del 1994 il subcomandante Marcos guidò l’insurrezione in Chiapas (Messico), dove i popoli indios erano fuori dall’agenda politica. Il movimento è transitato verso l’eroismo della vita quotidiana.

El silencio de los indios / fue precisando esculturas”, con questi versi Carlos Pellicer riassume il trattamento riservato dal Messico verso i popoli originari. Non si parla di loro al presente; la loro gloria risale ad una tappa anteriore, l’età senza tempo della leggenda. I musei e le piramidi celebrano il loro passato splendore e le città si abbelliscono di statue, ma gli indios di bronzo non alludono agli attuali: li cancellano.

Il 1° gennaio del 1994, gli zapatisti si sollevarono in un paese dove i popoli indios erano fuori dall’agenda politica. Il libro più conosciuto sulla cultura precolombiana è “La visione dei vinti”. Qui, Miguel León Portilla traduce con eloquenza un canto che riferisce della caduta di Tenochtitlan: “Y todo esto pasó con nosotros. / Nosotros lo vimos, nosotros lo admiramos: / Con esta lamentosa y triste suerte nos vimos angustiados”.

In Messico si parlano più di sessanta lingue indigene. Nessuna di esse ha carattere ufficiale. I discendenti di Moctezuma percorrono le strade delle grandi città vendendo gomme da masticare e chincaglierie made in China, senza altro segno di identità che la miseria. La loro “penosa e triste sorte” non è cambiata.

Nella notte del 31 gennaio 1993, ci addormentammo sognando il progresso (il giorno dopo entrava in vigore il Trattato di Libero Commercio con Stati Uniti e Canada), ma ci svegliammo davanti ad un’altra realtà: in Chiapas gli zapatisti si erano sollevati e la questione indigena era diventata di sorprendente attualità.

Il subcomandante Marcos rinnovò il linguaggio politico con senso dell’umorismo, parabole della Bibbia, leggende maya, realismo magico ed aforismi della controcultura. Alcuni dubitarono della legittimità di un intellettuale della classe media come portavoce degli indios. Altri presero sul serio la sua proposta di cambiare il paese dal basso, con i più deboli. Nemico della lotta armata e della sinistra dogmatica, Octavio Paz sostenne che la vittoria di Marcos era la vittoria del linguaggio.

Dopo 12 giorni di combattimenti, il Governo di Carlos Salinas de Gortari ordinò il cessate il fuoco e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) operò una svolta sorprendente: la guerriglia apparentemente guevarista si trasformò nel movimento politico che prosegue fino ad oggi. Il suo obiettivo non è arrivare al potere, ma migliorare le condizioni di vita delle comunità indigene; se questo si otterrà, ritornerà alla notte dei tempi: “Aiutateci a non essere possibili”, dissero chi si era coperto il volto per avere un volto.

Secondo l’opinione del poeta e saggista Gabriel Zaid, si tratta della prima “guerriglia postmoderna”, la cui funzione non consiste nell’agire militarmente, bensì nel rappresentar sé stessa come insurrezione.

Un rito di passaggio dello zapatismo fu il dialogo col Governo. Per cominciare, bisognava definire lo scenario. Varie sedi furono respinte fino a che i ribelli proposero il campo di pallacanestro a San Andrés Larráinzar. Un luogo povero, dove i canestri non avevano la rete. Tuttavia, quello spazio era avvolto dal mito: era una nuova versione del gioco della pelota, il patio del mondo dove i maya assistevano alla lotta tra la notte ed il giorno, la vita e la morte. Lo scenario del Popol-Vuh tornava insolitamente attuale.

Il 16 febbraio 1996, gli accordi di San Andrés furono firmati. Tuttavia, l’impegno di modificare la Costituzione per concedere diritti ai popoli indios si sottomise ad un’altra tradizione messicana: l’oblio. Per entrare in vigore, gli accordi dovevano diventare legge nel Congresso e questo non accadde mai. Gli accordi sono stati vittima di una classe politica convinta che, se la soluzione si rimanda, il problema si risolverà da sé.

Durante la sua campagna per la presidenza, nel canonico anno 2000, Vicente Fox promise di risolvere la questione del Chiapas in quindici minuti. Il carismatico vaquero interruppe 71 anni di Governo del PRI, ma non mantenne le sue promesse. Per rinfrescargli la memoria, gli zapatisti, a marzo del 2001, viaggiarono fino a Città del Messico. Ricevettero dimostrazioni di appoggio in tutto il paese. Nel Congresso, la comandate Ramona chiese che la casa della parola accogliesse la voce degli indios. Nonostante il clima favorevole, la legge di autonomia passò ad ingrossare le questioni in sospeso di un paese bipolare, dove la violenza e l’impunità coesistono con la solidarietà e la speranza.

Che cosa si può dire nell’anniversario del movimento? L’assenza di eventi spettacolari suggerirebbe che la loro lotta sia scemata. Una visita nella zona zapatista porta ad altre conclusioni. Nei municipi controllati dall’EZLN si sono stabilite Giunte di Buon Governo dove si esercita una democrazia diretta, le autorità non ricevono compensi e “comandano ubbidendo”. Lì la parola “io” si pronuncia molto meno di “noi”. L’Ospedale della Donna e la Scuola Zapatista sono dimostrazioni di un sorprendente miglioramento nell’ambito della salute e dell’educazione, ottenuto in situazioni molto avverse. La sollevazione è transitata verso una forma più pacifica e resistente di quella epica: l’eroismo della vita quotidiana.

Secondo il rapporto sulle disuguaglianze elaborato da Gerardo Esquivel per Oxfam-Messico, viviamo in un paese dove l’1% della popolazione detiene il 21% della ricchezza, ed il 10%, il 64%. Questa forbice è in aumento: a livello mondiale, dal 2007 al 2012 la quantità di milionari è diminuita dello 0,3%. In questo stesso lasso di tempo, in Messico è aumentata del 32%.

A quindici anni dall’alternanza democratica, i partiti non intendono la politica come l’arena in cui i conflitti devono essere risolti, ma come l’affare in cui devono essere preservati. Ogni anno, assegnano a se stessi più di 300 milioni di dollari.

Lontano dall’attenzione mediatica, nelle loro cinque comunità o “caracoles”, gli zapatisti reinventano i giorni. La loro capacità di riflessione non è meno attiva: a maggio del 2015 hanno convocato il seminario internazionale Il Pensiero Critico di Fronte all’Idra del Capitalismo.

A proposito di utopia, Marcos riporta un insegnamento del Vecchio Antonio: Una stella misura ciò che sta lontano; una mano – forma umana della stella – misura ciò che sta vicino per arrivare lontano.

Paradosso zapatista: la meta irraggiungibile è a portata di mano.

Testo originale: http://elpais.com/elpais/2015/12/24/opinion/1450949512_043782.html

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

“DI FRONTE AL TRAMONTO PROGRESSISTA NELLE AMERICHE,

LA LOTTA INDIGENA PROSEGUE”

Ramon Vera Herrera

Di fronte al tramonto in America Latina dei governi definiti progressisti, il cui ciclo si sta chiudendo inesorabilmente, è opportuno chiedersi se, nell’esperienza dei popoli indigeni, il ciclo in declino è stato giusto, favorevole, o si è trattato di una musica già nota. Con l’aggiornamento di Cuba come scenario di fondo, e da molti negato, è giunta la fine di questo periodo che certamente ha favorito le classi subalterne, ha consentito una relativa indipendenza regionale e si è misurato con le borghesie locali e l’imperialis mo. Se con le elezioni regionali in Argentina e Venezuela la tortilla non è giunta a essere rivoltata, è lì lì per esserlo.

Assistiamo alla regressione in Paraguay e Uruguay, la crisi politica in Brasile, lo scandaloso fiasco nel supposto sandinista Nicaragua. Cosa resta? Un Ecuador dove il governo è ogni giorno più autoritario e docile di fronte all’estrattivismo capitalista; un El Slvador con ridotti margini di manovra per poter sconfiggere la delinquenza e la disuguaglianza. E infine, Bolivia, che mal si dibatte fra l’estrattivismo e uno statalismo abbastanza accomodato col capitale, pur avendo a capo del governo un dirigente aymara socialista. Dei falsi “progressi” del Cile e del Perù non si può parlare seriamente. Il resto, con Messico e Colombia in testa, continua e continuerà come entusiasti lacché di Washington e di chi gli agiti di fronte un portamonete.

Il progressismo della regione si straccerà le vesti, distribuirà le colpe, guarderà da un’altra parte. O farà le autocritiche di cui sarà capace. La cosa più certa, come accaduto fino ad oggi, lascerà in seconda o terza fila i problemi reali dei popoli originari. Pochi governi progressisti possono consegnare bilanci migliori di quelli del blocco di Washington per quanto concerne l’effettivo riconoscimento dei diritti culturali e territoriali degli indigeni.

Quante volte abbiamo ascoltato i vessilliferi del socialismo del XXI secolo accusare i movimenti indigeni, nella maggioranza legittimi e di sinistra, di fare il gioco della destra, di opporsi al progresso generale, di accaparrare risorse che appartengono “all’Umanità”e altre battute simili, puntellati su robocops e truppe d’assalto. Come se le ‘rivoluzioni cittadinei’ avessero in realtà mantenuto i propri impegni con i popoli che occupano i territori ancestrali e creano civilizzazioni alternative nei nostri paesi.

La sordità autoritaria, o la mancanza di consistenza nel migliore dei casi, squalificano su questo i governi dell’emisfero aventi una vocazione ugualitaria presunta o reale (“populista” per le destre che ora tornano per la loro rivincita). Le lotte indigene riempiono il cuore della resistenza profonda, al di là delle urne elettorali, dei partiti, dei congressi e delle promesse.

Salvo eccezioni, gli Stati latinoamericani si mostrano incapaci di articolare qualcosa di più dei discorsi per il riconoscimento della multiculturalità e contro il riscaldamento globale, la distruzione della natura, la rapina dei territori e delle risorse delle popolazioni, l’emigrazione disperata.

I popoli indigeni vengono repressi e screditati da tutti gli Stati; così, in misura molto piu grande e più criminale in Messico, Guatemala o Colombia, o sotto il peso di leggi “antiterroriste” come in Cile, ancor più un velo di eccezionalismo vergognoso nasconde azioni gravi e anche genocide nei paesi governati da forze socialiste, o lo hanno fatto fino a poco addietro.

La fine del ciclo progressista trova i popoli originari in resistenza e emergenza. La lotta quindi continua.

In memoria di Eugenio Bermejillo

Fuente: Suplemento Ojarasca, La Jornada