MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO

MININOTIZIARIO AMERICA LATINA DAL BASSO

n.1/2016 dell’11 gennaio 2016

A CURA DI ALDO ZANCHETTA

Questi documenti sono diffondibili liberamente, interamente o in parte, purché si citi la fonte

UN NUOVO ANNO

Avendo chiuso l’anno parlando di quello che alcuni chiamano “fine ciclo” e altri “esaurimento” dei governi ‘progressisti’ latinoamericani, iniziamo l’anno in positivo. Il primo di gennaio sono 22 anni dall’insurrezione zapatista in Chiapas. La ricordiamo con un testo nel noto intellettuale messicano Juan Villoro. Di una cosa siamo certi: nel 2016 in America Latina la conflittualità sociale aumenterà. E, anche di questi siamo certi, in prima fila ci saranno gli indigeni. È quello che ci ricorda Ramon Vera Herrera nel primo numero di Ojarasca, il supplemento mensile del quotidiano La Jornada. E a queste lotte tutte quest’anno il Mininotiziario darà più spazio. A.Z.

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LA STELLA ZAPATISTA

di Juan Villoro

El País – 3 gennaio 2016

A gennaio del 1994 il subcomandante Marcos guidò l’insurrezione in Chiapas (Messico), dove i popoli indios erano fuori dall’agenda politica. Il movimento è transitato verso l’eroismo della vita quotidiana.

El silencio de los indios / fue precisando esculturas”, con questi versi Carlos Pellicer riassume il trattamento riservato dal Messico verso i popoli originari. Non si parla di loro al presente; la loro gloria risale ad una tappa anteriore, l’età senza tempo della leggenda. I musei e le piramidi celebrano il loro passato splendore e le città si abbelliscono di statue, ma gli indios di bronzo non alludono agli attuali: li cancellano.

Il 1° gennaio del 1994, gli zapatisti si sollevarono in un paese dove i popoli indios erano fuori dall’agenda politica. Il libro più conosciuto sulla cultura precolombiana è “La visione dei vinti”. Qui, Miguel León Portilla traduce con eloquenza un canto che riferisce della caduta di Tenochtitlan: “Y todo esto pasó con nosotros. / Nosotros lo vimos, nosotros lo admiramos: / Con esta lamentosa y triste suerte nos vimos angustiados”.

In Messico si parlano più di sessanta lingue indigene. Nessuna di esse ha carattere ufficiale. I discendenti di Moctezuma percorrono le strade delle grandi città vendendo gomme da masticare e chincaglierie made in China, senza altro segno di identità che la miseria. La loro “penosa e triste sorte” non è cambiata.

Nella notte del 31 gennaio 1993, ci addormentammo sognando il progresso (il giorno dopo entrava in vigore il Trattato di Libero Commercio con Stati Uniti e Canada), ma ci svegliammo davanti ad un’altra realtà: in Chiapas gli zapatisti si erano sollevati e la questione indigena era diventata di sorprendente attualità.

Il subcomandante Marcos rinnovò il linguaggio politico con senso dell’umorismo, parabole della Bibbia, leggende maya, realismo magico ed aforismi della controcultura. Alcuni dubitarono della legittimità di un intellettuale della classe media come portavoce degli indios. Altri presero sul serio la sua proposta di cambiare il paese dal basso, con i più deboli. Nemico della lotta armata e della sinistra dogmatica, Octavio Paz sostenne che la vittoria di Marcos era la vittoria del linguaggio.

Dopo 12 giorni di combattimenti, il Governo di Carlos Salinas de Gortari ordinò il cessate il fuoco e l’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN) operò una svolta sorprendente: la guerriglia apparentemente guevarista si trasformò nel movimento politico che prosegue fino ad oggi. Il suo obiettivo non è arrivare al potere, ma migliorare le condizioni di vita delle comunità indigene; se questo si otterrà, ritornerà alla notte dei tempi: “Aiutateci a non essere possibili”, dissero chi si era coperto il volto per avere un volto.

Secondo l’opinione del poeta e saggista Gabriel Zaid, si tratta della prima “guerriglia postmoderna”, la cui funzione non consiste nell’agire militarmente, bensì nel rappresentar sé stessa come insurrezione.

Un rito di passaggio dello zapatismo fu il dialogo col Governo. Per cominciare, bisognava definire lo scenario. Varie sedi furono respinte fino a che i ribelli proposero il campo di pallacanestro a San Andrés Larráinzar. Un luogo povero, dove i canestri non avevano la rete. Tuttavia, quello spazio era avvolto dal mito: era una nuova versione del gioco della pelota, il patio del mondo dove i maya assistevano alla lotta tra la notte ed il giorno, la vita e la morte. Lo scenario del Popol-Vuh tornava insolitamente attuale.

Il 16 febbraio 1996, gli accordi di San Andrés furono firmati. Tuttavia, l’impegno di modificare la Costituzione per concedere diritti ai popoli indios si sottomise ad un’altra tradizione messicana: l’oblio. Per entrare in vigore, gli accordi dovevano diventare legge nel Congresso e questo non accadde mai. Gli accordi sono stati vittima di una classe politica convinta che, se la soluzione si rimanda, il problema si risolverà da sé.

Durante la sua campagna per la presidenza, nel canonico anno 2000, Vicente Fox promise di risolvere la questione del Chiapas in quindici minuti. Il carismatico vaquero interruppe 71 anni di Governo del PRI, ma non mantenne le sue promesse. Per rinfrescargli la memoria, gli zapatisti, a marzo del 2001, viaggiarono fino a Città del Messico. Ricevettero dimostrazioni di appoggio in tutto il paese. Nel Congresso, la comandate Ramona chiese che la casa della parola accogliesse la voce degli indios. Nonostante il clima favorevole, la legge di autonomia passò ad ingrossare le questioni in sospeso di un paese bipolare, dove la violenza e l’impunità coesistono con la solidarietà e la speranza.

Che cosa si può dire nell’anniversario del movimento? L’assenza di eventi spettacolari suggerirebbe che la loro lotta sia scemata. Una visita nella zona zapatista porta ad altre conclusioni. Nei municipi controllati dall’EZLN si sono stabilite Giunte di Buon Governo dove si esercita una democrazia diretta, le autorità non ricevono compensi e “comandano ubbidendo”. Lì la parola “io” si pronuncia molto meno di “noi”. L’Ospedale della Donna e la Scuola Zapatista sono dimostrazioni di un sorprendente miglioramento nell’ambito della salute e dell’educazione, ottenuto in situazioni molto avverse. La sollevazione è transitata verso una forma più pacifica e resistente di quella epica: l’eroismo della vita quotidiana.

Secondo il rapporto sulle disuguaglianze elaborato da Gerardo Esquivel per Oxfam-Messico, viviamo in un paese dove l’1% della popolazione detiene il 21% della ricchezza, ed il 10%, il 64%. Questa forbice è in aumento: a livello mondiale, dal 2007 al 2012 la quantità di milionari è diminuita dello 0,3%. In questo stesso lasso di tempo, in Messico è aumentata del 32%.

A quindici anni dall’alternanza democratica, i partiti non intendono la politica come l’arena in cui i conflitti devono essere risolti, ma come l’affare in cui devono essere preservati. Ogni anno, assegnano a se stessi più di 300 milioni di dollari.

Lontano dall’attenzione mediatica, nelle loro cinque comunità o “caracoles”, gli zapatisti reinventano i giorni. La loro capacità di riflessione non è meno attiva: a maggio del 2015 hanno convocato il seminario internazionale Il Pensiero Critico di Fronte all’Idra del Capitalismo.

A proposito di utopia, Marcos riporta un insegnamento del Vecchio Antonio: Una stella misura ciò che sta lontano; una mano – forma umana della stella – misura ciò che sta vicino per arrivare lontano.

Paradosso zapatista: la meta irraggiungibile è a portata di mano.

Testo originale: http://elpais.com/elpais/2015/12/24/opinion/1450949512_043782.html

(Traduzione “Maribel” – Bergamo)

“DI FRONTE AL TRAMONTO PROGRESSISTA NELLE AMERICHE,

LA LOTTA INDIGENA PROSEGUE”

Ramon Vera Herrera

Di fronte al tramonto in America Latina dei governi definiti progressisti, il cui ciclo si sta chiudendo inesorabilmente, è opportuno chiedersi se, nell’esperienza dei popoli indigeni, il ciclo in declino è stato giusto, favorevole, o si è trattato di una musica già nota. Con l’aggiornamento di Cuba come scenario di fondo, e da molti negato, è giunta la fine di questo periodo che certamente ha favorito le classi subalterne, ha consentito una relativa indipendenza regionale e si è misurato con le borghesie locali e l’imperialis mo. Se con le elezioni regionali in Argentina e Venezuela la tortilla non è giunta a essere rivoltata, è lì lì per esserlo.

Assistiamo alla regressione in Paraguay e Uruguay, la crisi politica in Brasile, lo scandaloso fiasco nel supposto sandinista Nicaragua. Cosa resta? Un Ecuador dove il governo è ogni giorno più autoritario e docile di fronte all’estrattivismo capitalista; un El Slvador con ridotti margini di manovra per poter sconfiggere la delinquenza e la disuguaglianza. E infine, Bolivia, che mal si dibatte fra l’estrattivismo e uno statalismo abbastanza accomodato col capitale, pur avendo a capo del governo un dirigente aymara socialista. Dei falsi “progressi” del Cile e del Perù non si può parlare seriamente. Il resto, con Messico e Colombia in testa, continua e continuerà come entusiasti lacché di Washington e di chi gli agiti di fronte un portamonete.

Il progressismo della regione si straccerà le vesti, distribuirà le colpe, guarderà da un’altra parte. O farà le autocritiche di cui sarà capace. La cosa più certa, come accaduto fino ad oggi, lascerà in seconda o terza fila i problemi reali dei popoli originari. Pochi governi progressisti possono consegnare bilanci migliori di quelli del blocco di Washington per quanto concerne l’effettivo riconoscimento dei diritti culturali e territoriali degli indigeni.

Quante volte abbiamo ascoltato i vessilliferi del socialismo del XXI secolo accusare i movimenti indigeni, nella maggioranza legittimi e di sinistra, di fare il gioco della destra, di opporsi al progresso generale, di accaparrare risorse che appartengono “all’Umanità”e altre battute simili, puntellati su robocops e truppe d’assalto. Come se le ‘rivoluzioni cittadinei’ avessero in realtà mantenuto i propri impegni con i popoli che occupano i territori ancestrali e creano civilizzazioni alternative nei nostri paesi.

La sordità autoritaria, o la mancanza di consistenza nel migliore dei casi, squalificano su questo i governi dell’emisfero aventi una vocazione ugualitaria presunta o reale (“populista” per le destre che ora tornano per la loro rivincita). Le lotte indigene riempiono il cuore della resistenza profonda, al di là delle urne elettorali, dei partiti, dei congressi e delle promesse.

Salvo eccezioni, gli Stati latinoamericani si mostrano incapaci di articolare qualcosa di più dei discorsi per il riconoscimento della multiculturalità e contro il riscaldamento globale, la distruzione della natura, la rapina dei territori e delle risorse delle popolazioni, l’emigrazione disperata.

I popoli indigeni vengono repressi e screditati da tutti gli Stati; così, in misura molto piu grande e più criminale in Messico, Guatemala o Colombia, o sotto il peso di leggi “antiterroriste” come in Cile, ancor più un velo di eccezionalismo vergognoso nasconde azioni gravi e anche genocide nei paesi governati da forze socialiste, o lo hanno fatto fino a poco addietro.

La fine del ciclo progressista trova i popoli originari in resistenza e emergenza. La lotta quindi continua.

In memoria di Eugenio Bermejillo

Fuente: Suplemento Ojarasca, La Jornada

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