Difendere la terra e i beni comuni non è mai stato così pericoloso Nuovo rapporto di Global Witness denuncia record di omicidi

Managua, 26 luglio (Rel-UITA | LINyM) -. “Nel 2016 si è registrato il record di 200 difensori
della terra, dei boschi e dei fiumi assassinati per il loro impegno contro le industrie distruttive”,
segnala il rapporto Difendere la Terra dell’organizzazione britannica Global Witness.
Il modello di accumulazione estrattiva ha obiettivi molto chiari: appropriarsi delle terre e dei
territori, convertire i beni comuni in merce, elevare i profitti a qualsiasi costo. I principali
promotori di questo funesto modello sono le grandi imprese multinazionali -spesso colluse
con governi, politici corrotti e gruppi economici locali- che usano accordi commerciali bilaterali
o multilaterali per aggirare le legislazioni nazionali ed eliminare qualsiasi ostacolo tecnicogiuridico.
Gli organismi finanziari e le istituzioni creditizie internazionali lubrificano, con i loro soldi, la
macchina perversa dell’esproprio sistematico e strutturale di cui sono vittime comunità e
popolazioni, che continuano a non essere prese in considerazione nè consultate al momento
di invadere e saccheggiare le loro terre.
La militarizzazione dei territori, la persecuzione, l’uso perverso della “giustizia”, l’omicidio
selettivo, tutto praticamente in totale impunità, chiudono il cerchio macabro e consolidano il
modello depredatore.
Più morti, più distruzione
Il rapporto Difendere la Terra (scarica il pdf QUI) non si limita a confermare questa analisi,
ma mostra nuovi e allarmanti dati su quanto sia diventato letale lottare per il futuro del nostro
pianeta.
D’accordo con il documento presentato la settimana scorsa, almeno 200 persone impegnate
nella difesa della terra e dell’ambiente – circa quattro alla settimana – sono state assassinate
nel 2016.
Quasi il 40% delle vittime sono indigene, mentre l’industria mineraria e la ricerca/estrazione di
idrocarburi si confermano come i settori più pericolosi per gli attivisti ambientali (33 omicidi),
seguiti dallo sfruttamento forestale e dall’espansione dell’agroindustria, entrambi ritenuti
responsabili di 23 omicidi.
Questa tendenza non è solo in crescita – sono 15 attivisti assassinati in più del 2015 e 84
rispetto al 2014 – ma si sta anche ampliando geograficamente con omicidi disseminati in 24
nazioni (nel 2015 erano 16).
Molti degli omicidi di difensori della terra e dei beni comuni non vengono nemmeno denunciati
o comunque non sono oggetto d’indagine. Le cifre potrebbero essere quindi molto superiori.
Un’epidemia letale che avanza nel mondo.
L’omicidio è poi solo una delle tante tattiche utilizzate per mettere a tacere attivisti e attiviste.
Il rapporto segnala infatti minacce di morte, persecuzione, arresti, aggressioni sessuali e l’uso
strumentale della giustizia.
“Quest’ondata di violenza è dovuta all’intensa lotta per la terra e per le risorse naturali, dato
che le aziende che operano nel settore estrattivo, energetico e agroindustriale sono disposte
a calpestare i diritti di intere popolazioni pur di garantirsi lauti guadagni.
Man mano che nuovi progetti estrattivi sono imposti alle comunità, molte delle persone che
osano alzare la voce e difendere i propri diritti sono messe a tacere in modo brutale”, segnala
Global Witness.
America Latina: il posto più pericoloso
Ancora una volta, l’America Latina appare come la regione più pericolosa per coloro che
proteggono la terra e l’ambiente dall’aggressione dell’industria estrattiva.
Il 61% dei crimini (122) si è verificato nella regione latinoamericana. Il Brasile (49) e la
Colombia (37) restano i paesi più letali a livello mondiale, mentre l’Honduras (14) è diventato
quello più pericoloso dell’ultimo decennio (vedi il rapporto speciale sull’Honduras QUI).
Il rapporto di Global Witness registra anche un preoccupante aumento degli omicidi legati alla
terra in Nicaragua, dove il conflitto tra coloni invasori e indigeni miskitos avrebbe lasciato un
saldo di 11 morti.
Filippine (28) e India (16) figurano in cima alla lista delle nazioni asiatiche e la Repubblica
Democratica del Congo (10) a quella delle africane.
Malgrado le difficoltà per identificare i responsabili di così tante persone assassinate, il
rapporto di Global Witness assicura di possedere “evidenze solide” circa il coinvolgimento
diretto della polizia e dell’esercito in almeno 43 omicidi, e quello di entità private -come
guardie di sicurezza e sicari- in altre 52 esecuzioni sommarie.
Il tragico omicidio in Honduras della leader indigena Lenca, Berta Cáceres, è un esempio
chiaro di come le forze repressive dello Stato e del capitale nazionale e internazionale siano
implicate nello spargimento di sangue innocente.
Di fronte a questa situazione, Global Witness chiede a governi, imprese e investitori di
promuovere politiche e predisporre misure per garantire che le comunità possano decidere
liberamente sull’utilizzo delle proprie terre.
“I governi e gli imprenditori non stanno affrontando la principale causa degli attacchi e cioè
l’imposizione di progetti estrattivi alle comunità senza il loro consenso libero, preventivo e
informato.
La protesta diventa, quindi, l’unico strumento possibile in mano alle comunità per combattere
l’imposizione di un modello che le priva del diritto di decidere”, segnala il rapporto Difendere
la Terra.
L’organizzazione britannica ha anche chiesto che venga garantita la protezione per tutte
quelle persone che lottano in difesa delle terre e dei beni comuni, garantendo la loro
sicurezza e combattendo l’impunità per i delitti già commessi.
Fonte originale: Rel-UITA
Traduzione: Giampaolo Rocchi

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